Una gnocca al giorno toglie Freud di torno

La recensione di Giordano Tedoldi per Libero

Se si scrive un romanzo in cui il protagonista soffre di disturbi psichici, in particolare dell’incursione nel quotidiano di episodi depressivi che lo sopraffanno, gli accostamenti letterari a Giuseppe Berto, a Ottiero Ottieri e anche al Tiziano Sclavi romanziere (un nome che non sfigura affatto con i due precedenti) sono inevitabili. Paolo Bianchi, firma delle pagine culturali di Libero, nel suo L’intelligenza è un disturbo mentale (Cairo, pp. 180, euro 13), cita di passaggio proprio Ottieri. La scena è di quelle più memorabili dopo la lettura: gli incontri, immancabilmente deludenti, di Emilio Rivolta, il protagonista, con uno degli psicoanalisti da cui cercherà un po’ di sollievo, e se non la guarigione, in cui non crede, una cura. È lo studio del dottor Scheggia: «Lui dietro la scrivania che era una cattedra di scuola, io davanti su una poltroncina. Intorno pareti incombenti di libri, libri di filosofia, soprattutto, io di solito guardavo alla mia sinistra dove c’era la finestra, e i miei occhi incontravano un libro di Ottiero Ottieri, intitolato De morte. Un’altra volta ho notato due libri che non mi piacevano, uno di Moravia e uno di Galimberti. Gliel’ho detto, lui mi ha guardato dietro gli occhiali con lamontatura spessa. “Neanche a me piacciono molto”».

Il romanzo di Bianchi, che ha una trama, e può essere rapidamente riassunta nella storia di un giornalista freelance,con forti rimpianti per quanto non ha potuto fare, dalla sua adolescenza in avanti, e annessi sensi di colpa, nonostante il trasferimento dalla Città Piccola, in cui è nato, allaCittà Grande, in cui ha trovato una professione, e di come questo “vinto”, si scopra in realtà un “Segnato”, e di come questa scoperta riesca però a fare di lui tutt’altro che un individuo massificato, imbelle, inerme com’egli teme di essere, non è però la cosa più interessante del libro, che di bellezze ne ha molte. Il romanzo parte piano, sembra che Bianchi stia rimuginando un inizio, ma è dalle nebbie di questa confusione mentale che persiste per alcune facciate,come quella del “poeta” della canzone di Bruno Lauzi, che emerge una lucidità implacabile nelle pagine successive, in cui Emilio, il narratore, diventa una delle voci psicopatologiche più esperte, scaltre e affidabili,davvero degne dei mirabili affabulatori di Berto o Ottieri. Così giustamente l’editore,nelle descrizioni editoriali, parla dei rapporti di Emilio con le entraîneuses dei locali che è solito frequentare fino alle luci dell’alba, e dalle quali trae molto più giovamento, quanto a terapia della parola – gli incontri sessuali sono rari ed esitano in una prestazione cui ben corrisponderebbe un calcistico s.v.: senza voto – che non i lettini freudiani o le poltroncine junghiane, ma se il messaggio è quello,di non pochi discepoli eretici di Freud, come Groddecke Ferenczi, che l’amore, anche carnale, e sia pure meretricio, è più curativo delle sedute verbali psicoanalitiche; e che a ogni modo meglio è seguire una concreta terapia farmacologica rispetto all’ambiguo affidarsi ai dottor Scheggia che poi se ne vanno in vacanza con la segretaria e, raggiunti telefonicamente durante una crisi, raccomandano di bere, mangiare cibi freschi, magari gelati, e riposare, possiamo dire che Bianchi, appunto,non è il primo a proporcelo.

libeo

Ma la descrizione di quelle sale d’attesa, di quegli studi e, soprattutto, di quelle facce, che sono costitutive di tutto il mito della psicoanalisi, questo sì, è un inedito in letteratura: «Io pensavo a quelle barbe, quelle barbe che nascondono le facce, che circondano quelle bocche che non parlano mai, non si sbilanciano mai.Non è che avere a che fare con una maschera renda più facile prender confidenza, e poi anche il dottor Tarchetti ce l’aveva avuta la sua, ben curata, corrispondeva al suo carattere accomodante, perché non era un medico. Ma io non smettevo di pensare che ce l’avesse solo perché l’aveva avuta Freud.La barba del dottor Scheggia era più selvaggia per quanto selvaggia in modo ben allestito». Uno scorcio fisiognomico perfetto: la barba per lo psicoanalista è come quegli scrittori che se ne vanno in giro con la biro ben visibile nel taschino, non siamai che li si scambi per camionisti. L’intonazione di Emilio, solitamente indulgente, si fa a tratti sarcastica: «Hanno la barba perché Freud aveva la barba e Jung aveva i baffi perché aveva litigato con Freud. Lacan invece aveva la faccia sgombra, per questo era più innovativo e il suo nome si pronunciava “Lacòn” con la o nasalizzata. Chi lo pronunciava bene, l’aveva capito bene, ma questa è una cosa che in analisi non ho mai detto, ci sono tante cose che in analisi non ho mai detto nonostante gli anni, ecco perché sono qui a dirla adesso».

Poi sì, c’è ilplot, di comeEmilio condivida le sue esperienze in una terapia di gruppo, e di come si imbarchi, assieme con una sua ex compagna di scuola ritrovata, nel salvataggio di uno dei suoi compagni “picchiatelli”. Ma la novità e la bellezza del romanzo sta nello scoprire l’umanità profonda della depressione, la potenza della sua solidarietà, e la capacità di proiettare in mondi alieni, lunari – bellissima la visione del locale notturno immerso nei campi fuori dalla città, e il passaggio rituale davanti alla “cattedrale”, cioè la raffineria – le virtù animiche di questi Segnati.

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