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Michelangelo, il genio e la follia di una mente straziata

Non c’è da stupirsi, in fondo, se il genio del Rinascimento italiano Michelangelo Buonarroti, fosse una persona tormentata da un dolore esistenziale infinito. Testimonianza è nella sua opera, nelle arti visive tanto quanto nella sua poesia.

Lo si deduce dalla biografia, Vita di Michelangelo, che gli dedicò nel 1907 lo scrittore francese Romain Rolland (premio Nobel per la letteratura nel 1915). La narrazione parte osservando un’opera di Michelangelo del 1532-1534. E’ a Firenze a Palazzo Vecchio nella sala dei Cinquecento. Quando Michelangelo la scolpì aveva meno di sessant’anni. S’intitola “La Vittoria” o “Il Genio della Vittoria”, e rappresenta un giovane nel fiore degli anni che domina, imponendogli un ginocchio sulla schiena, un vecchio barbuto e malconcio. La scultura in marmo rimase per anni nell’atelier dell’artista, fino alla sua morte.

Siamo di fronte a un’allegoria dal significato ambiguo: è la gioventù che domina sulla vecchiaia, la miseria, le malattie, le ingiustizie. Ma forse il dominato è Michelangelo stesso. Eppure il ragazzo che ha vinto, non trionfa, anzi appare pensoso, come se la sua mente fosse già rivolta altrove; non gode del suo momento.

Michelangelo visse una vita lunga, laboriosissima e piena di malanni. Fu tormentato da ogni genere di malattie, e in particolare da un’insonnia atroce. Ma la sua malattia più profonda era nell’animo. Rolland capisce questo e lo spiega, anzi, ne fa quasi il fulcro della sua narrazione. Così scrive: “Il pessimismo lo minava, ed era in lui un male ereditario. Durante la giovinezza, si esaurì negli sforzi per tranquillizzare il padre, il quale in certi momenti pare fosse preso da mania di persecuzione, ma Michelangelo era più colpito lui stesso che non il padre, ch’egli curava. Quell’attività senza posa, quella fatica schiacciante, da cui non riusciva mai a prender riposo, lo lasciavano senza difesa, in balìa di tutte le aberrazioni del suo spirito palpitante di sospetti”. In effetti, aveva momenti di paranoia e pensava che i fratelli, il nipote, i suoi stessi genitori volessero approfittarsi di lui.

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

Ne era ben conscio, di questo stato. Lui stesso lo chiamava “follia” nelle numerose lettere che scriveva ad amici e parenti. Si definiva melanconico e folle, vecchio folle, folle e cattivo. (Fa venire in mente il famoso incipit delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: “Sono un uomo malvagio, sono un uomo malato. Un uomo sgradevole, sono”.)

Vedeva e sentiva dolore e strazio nell’immensità di un universo che gli appariva insensato. E nelle rime scrisse “Mille piacer non vaglion un tormento”. Era preso da crisi di “timor panico”, era isolato, era nell’oscurità. Ancora Rolland: “Michelangelo aveva in sé quella tristezza che fa paura agli uomini, che tutti istintivamente sfuggono. Egli creava il vuoto intorno a sé”. E pur lavorando di continuo, lasciò incomplete moltissime opere, come la tomba di Giulio II e la Cappella dei Medici. Giunto alla fine della vita era convinto che tutti i suoi sforzi fossero stati inutili.

Un clinico di oggi, se potesse tornare indietro con la macchina del tempo e visitarlo, si troverebbe forse di fronte un depresso o un bipolare. Forse gli prescriverebbe la sertralina o un equilibratore dell’umore. Sarebbe un Michelangelo sotto farmaci.

Nella Vita di Michelangelo (in edizione italiana per l’editore SE di Milano, 2014) si trovano continui riferimenti a questo suo stato. Negli ultimi anni l’artista era sempre più solo, lavorava di notte, viveva perlopiù al buio. Era diventato misantropo e scriveva: “o mondo falso, allor conosco bene/l’errore e ‘l danno dell’umana gente”.

Del resto, proprio come nella presa di coscienza che neppure la vittoria poteva scacciare i fantasmi della dissoluzione, lui temeva soprattutto sé stesso e i propri pensieri, al punto che, scriveva, come in un’invocazione al divino: “Deh, fate ch’a me stesso più non torni”.

 

 

 

Depressione: malattia, non debolezza

La depressione colpisce circa il 10 per cento degli americani, ed è considerata considerata la malattia invalidante più diffusa al mondo. Non un capriccio, una mancanza di forza d’animo, ma una vera malattia che ha conseguenze sulla forma del nostro cervello e sui neurotrasmettitori. La soluzione è opporsi al senso di impotenza e vergogna, parlare con amici e familiari e chiedere aiuto agli specialisti. Come spiega il video della dottoressa Helen M. Farrell per Ted-Ed.