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Michelangelo, il genio e la follia di una mente straziata

Non c’è da stupirsi, in fondo, se il genio del Rinascimento italiano Michelangelo Buonarroti, fosse una persona tormentata da un dolore esistenziale infinito. Testimonianza è nella sua opera, nelle arti visive tanto quanto nella sua poesia.

Lo si deduce dalla biografia, Vita di Michelangelo, che gli dedicò nel 1907 lo scrittore francese Romain Rolland (premio Nobel per la letteratura nel 1915). La narrazione parte osservando un’opera di Michelangelo del 1532-1534. E’ a Firenze a Palazzo Vecchio nella sala dei Cinquecento. Quando Michelangelo la scolpì aveva meno di sessant’anni. S’intitola “La Vittoria” o “Il Genio della Vittoria”, e rappresenta un giovane nel fiore degli anni che domina, imponendogli un ginocchio sulla schiena, un vecchio barbuto e malconcio. La scultura in marmo rimase per anni nell’atelier dell’artista, fino alla sua morte.

Siamo di fronte a un’allegoria dal significato ambiguo: è la gioventù che domina sulla vecchiaia, la miseria, le malattie, le ingiustizie. Ma forse il dominato è Michelangelo stesso. Eppure il ragazzo che ha vinto, non trionfa, anzi appare pensoso, come se la sua mente fosse già rivolta altrove; non gode del suo momento.

Michelangelo visse una vita lunga, laboriosissima e piena di malanni. Fu tormentato da ogni genere di malattie, e in particolare da un’insonnia atroce. Ma la sua malattia più profonda era nell’animo. Rolland capisce questo e lo spiega, anzi, ne fa quasi il fulcro della sua narrazione. Così scrive: “Il pessimismo lo minava, ed era in lui un male ereditario. Durante la giovinezza, si esaurì negli sforzi per tranquillizzare il padre, il quale in certi momenti pare fosse preso da mania di persecuzione, ma Michelangelo era più colpito lui stesso che non il padre, ch’egli curava. Quell’attività senza posa, quella fatica schiacciante, da cui non riusciva mai a prender riposo, lo lasciavano senza difesa, in balìa di tutte le aberrazioni del suo spirito palpitante di sospetti”. In effetti, aveva momenti di paranoia e pensava che i fratelli, il nipote, i suoi stessi genitori volessero approfittarsi di lui.

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

Ne era ben conscio, di questo stato. Lui stesso lo chiamava “follia” nelle numerose lettere che scriveva ad amici e parenti. Si definiva melanconico e folle, vecchio folle, folle e cattivo. (Fa venire in mente il famoso incipit delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: “Sono un uomo malvagio, sono un uomo malato. Un uomo sgradevole, sono”.)

Vedeva e sentiva dolore e strazio nell’immensità di un universo che gli appariva insensato. E nelle rime scrisse “Mille piacer non vaglion un tormento”. Era preso da crisi di “timor panico”, era isolato, era nell’oscurità. Ancora Rolland: “Michelangelo aveva in sé quella tristezza che fa paura agli uomini, che tutti istintivamente sfuggono. Egli creava il vuoto intorno a sé”. E pur lavorando di continuo, lasciò incomplete moltissime opere, come la tomba di Giulio II e la Cappella dei Medici. Giunto alla fine della vita era convinto che tutti i suoi sforzi fossero stati inutili.

Un clinico di oggi, se potesse tornare indietro con la macchina del tempo e visitarlo, si troverebbe forse di fronte un depresso o un bipolare. Forse gli prescriverebbe la sertralina o un equilibratore dell’umore. Sarebbe un Michelangelo sotto farmaci.

Nella Vita di Michelangelo (in edizione italiana per l’editore SE di Milano, 2014) si trovano continui riferimenti a questo suo stato. Negli ultimi anni l’artista era sempre più solo, lavorava di notte, viveva perlopiù al buio. Era diventato misantropo e scriveva: “o mondo falso, allor conosco bene/l’errore e ‘l danno dell’umana gente”.

Del resto, proprio come nella presa di coscienza che neppure la vittoria poteva scacciare i fantasmi della dissoluzione, lui temeva soprattutto sé stesso e i propri pensieri, al punto che, scriveva, come in un’invocazione al divino: “Deh, fate ch’a me stesso più non torni”.

 

 

 

Nella Grande Città la tenaglia della sofferenza

La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale su La Stampa di Piersandro Pallavicini

Paolo Bianchi è uno scrittore e giornalista con una decina di libri alle spalle e continue collaborazioni con le pagine culturali d i quotidiani e riviste. Chi lo segue sa che ha una ammirevole repulsione per il conformismo e i luoghi comuni. Tra i luoghi comuni più frequentati della nostra editoria c’è il dolorismo, cioè l’uso consapevole (e cinico?) della disgrazia, dell’emarginazione, della malattia, a fini narrativi. Ebbene, ne L’Intelligenza èun disturbo mentale Paolo Bianchi mette in gioco sé stesso, perché molte delle storie raccontate lo riguardano e sono vere, e in particolare quella parte di sé stesso che ha a che fare con la depressione, il bipolarismo, la sofferenza della psiche. Allora parlare di sé e in più farlo senza usare la malattia come calamita per la pietà, insomma affrontarla senza cadute nei luoghi comuni dell’autocommiserazione o dello scandalo per chissà quale colpa del mondo, è un esercizio rischioso e difficile. Ma Bianchi ci riesce benissimo, grazie al tono. Che è quello della nonchalance (non dell’understatement), che permette all’autore di dire tutto senza sottolineature e corsivi, con frequenti surplace che spiazzano il lettore e lo lasciano pieno di sorpresa davanti alloscattoverso l’imprevedibile.

Il protagonista è Emilio Rivolta, che troviamo poco oltre i cinquant’anni, in una Città Grande in cui è facile riconoscere Milano. Meno chiara invece l’ubicazione della Città Piccola dove Rivolta è nato e cresciuto fino agli anni dell’università: una città della provincia del nord Italia, come tante ce ne sono. Nella Città Grande Rivolta fa il giornalista, deve scrivere recensioni di libri, intervistare scrittori, lavorare per un grande quotidiano. Ma spesso non ce la fa nemmeno ad alzarsi. Va a periodi, e i periodi in cui è stretto dalla Tenaglia (l’immagine è perfetta: lui incapace di muoversi, in grado solo di agitarsi debolmente mentre patisce il dolore inflitto dalla stretta) arrivano imprevedibili, preannunciati da un sogno, da un cambio d’umore, o anche solo dal colore del cielo che assume un tono più intenso, doloroso per gli occhi, insostenibile.

psichiatria

 

In questa vita difficile piena di giorni non spesi, gli appigli sono il gruppo di AutoAiuto- una manciata di «picchiatelli», come li chiama Emilio – dove sotto la guida di un paio di volontarie si parla di sé tra pari dentro una zona di sicurezza dello spirito; poi la chimica, cioè le sedute nella ‘stanza degli aghi’ dove i pazienti con la flebo in vena ricevono farmaci che ne placano l’ansia, ne attutiscono la depressione, ne assestano l’umore; infine la compagnia a pagamento, in due luoghi – l’Angelo Azzurro in città e un’ineffabile locale sperso in provincia – dove Emilio trova non tanto sesso quanto una sospensione dall’angoscia dei rapporti: luoghi dove tutto è ch iaro, certo, dove pagando ottieni l’esatta quantità di attenzione, calore, affetto che ti aspetti.

Che cosa l’ha ridotto così? Ci sono state cause scatenanti, esperienze primarie? Anni di psicanalisi si sono rivelati inutili, anzi snervanti e dannosi, ma Rivolta ci prova da sé, ricorda quelli che da bambino e da ragazzo sono stati episodi di amore negato, di sottomissione subita, di amicizia tradita.

L’intelligenza è un disturbo mentale perché di questi episodi sa espungere il significato di inevitabile condanna all’infelicità e perché non ne permette la cancellazione del ricordo. Questo romanzo è una lettura intensissima, ma non si piange mai. Si affronta il dolore, se ne subisce l’impatto, lo si comprende e se ne tasta la grana, ma non ci si commuove, che è tutt’altra cosa. Si capisce anche che se ci si sente così – e succede purtroppo a molti – una via d’uscita però c’è: chimica e gruppi di sostegno. nel romanzo e nella vita reale. Per  esempio con il Progetto Itaca, cui Bianchi donerà i proventi del libro, una onlus che ascolta, consiglia e aiuta chi è incagliato nelle secche della malattia mentale.

Crogiolarsi nel dolore è il “peccato” più grave

Schermata 2016-06-24 alle 16.55.45La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale di Camillo Lagnone per Il Giornale

L’impatto con l’ultimo romanzo di Paolo Bianchi, edito da Cairo, non è dei più felici per uno come me a cui le malattie e le descrizioni delle malattie, di qualsivoglia natura esse siano, ripugnano, eppure qualcosa mi obbliga a proseguire la lettura, la potrei definire una sgradevolezza avvolgente che pagina dopo pagina induce dipendenza e mi fa tornare in mente il primo contatto con Franco Arminio e Michel Houellebecq, altri due cantori del disagio irresistibile, della sociopatia attraente.

Mi piacerebbe molto definire Bianchi il nostro Houellebecq, farebbe gioco a lui e a questo articolo ma sarebbe una forzatura se non proprio una sparata. Per ogni somiglianza ci sono almeno tre differenze e la principale riguarda l’immigrazione: per lo scrittore italiano non rappresenta un problema e anzi per il suo protagonista, Emilio Rivolta, giornalista quarantacinquenne allo sbando professionale e sentimentale, rappresenta una risorsa. Beninteso non si tratta degli africani maschi che continuano a sbarcare in Sicilia per bighellonare a carico del povero contribuente, bensì delle femmine esteuropee e sudamericane che arrivano in Italia per esercitare un mestiere, molto antico. “Era rumena, l’avrei giurato, erano o rumene o brasiliane (quelle negre) e qualcuna era russa, ma poche”: questa è la composizione etnica dei locali loschi ma non troppo, illegali ma non troppo, nei quali si svolge buona parte del romanzo. Le italiane sono ancora meno delle russe e pertanto bisogna ammettere che almeno in questo caso, almeno in questo comparto, gli stranieri non rubano il lavoro ai nativi ma viceversa colmano un vuoto, soddisfano una domanda: la puttana è un lavoro che le italiane non vogliono più fare. A dar retta a Rivolta, forse però non molto affidabile in quanto molto imbranato, inetto alla maniera dei personaggi di Svevo, le italiane non vogliono più fare nemmeno le amanti. Perciò vengono definite “vagine lignee” e qui devo ancora una volta evocare Houellebecq che in Lanzarote scrive qualcosa di simile: le italiane, al contrario delle spagnole, sarebbero “talmente convinte della propria bellezza da diventare inscopabili”. Rivolta ricorda l’ex fidanzata, donna insensibile o forse semplicemente stufa di un uomo inconcludente, egoista come sono spesso egoisti i malati, specie se di questo tipo. “Sono un malato. Sono un malvagio. Sono un uomo odioso” è il ritornello compiaciuto di chi passa da un ambulatorio a una farmacia, da un centro di autoaiuto a un night, o come diavolo si chiamano i lupanari contemporanei. “Preferisco rivederti quando starai meglio” risponde lei ai suoi sms imploranti, ed è difficile da elogiare ma anche da biasimare. Rivolta ha nel cognome un vago desiderio di uscire fuori dalla gabbia esistenziale in cui si ritrova ma non fa molto per segarne le sbarre e continua a rotolarsi in “una pozzanghera di autocommiserazione”, fra la Città Grande che si intuisce essere Milano, la Città Piccola che potrebbe essere una qualsivoglia cittadina del Nord Italia, e il lago di Como (a pagina 125 ho riconosciuto Bellagio e il ristorante Mistral del Grand Hotel Villa Serbelloni, grazie al rombo assoluto, al vitello cotto a bassa temperatura con zabaione all’inulina, alla nuova meringa italiana, al gelato all’azoto liquido, insomma alla cucina molecolare dello chef Ettore Bocchia). Non se la passano poi così male questi depressi, verrebbe voglia di fare come loro. “Sono talmente pieno di Xanax che mi sembra di stare in un barile di cotone”. E chi non vorrebbe vivere nella bambagia? Le benzodiapine aiutano a dimenticare la crisi, il lavoro che c’è o non c’è, le bollette che invece ci sono di sicuro, le tasse da pagare, le donne da implorare…

Forse davvero ha ragione Paolo Bianchi col suo titolo antipatico, forse questi depressi sono più intelligenti degli altri, hanno astutamente alzato bandiera bianca e che gli altri si arrangino, anzi, che gli altri combattano al posto loro. Come gli imboscati e i riformati durante le guerre mondiali: mentre i malaticci bevevano brodini nelle retrovie, i sani si buscavano pallottole in prima linea. Per ogni variante del male di vivere c’è una pillola o una goccia e se lo Xanax non fa più effetto abbondano le alternative: Seroquel, Zarelis, Halcion, Modalina, Seropram, Tavor, Paroxetina, Lyrica, Sycrest, Imovane, Stilnox, Lamictal… Per il lettore del romanzo le alternative sono invece soltanto due: o fare di Emilio Rivolta un modello da imitare o andarlo a cercare per dargli due sberle e la sveglia.

Un viaggio nel labirinto della mente

La recensione de L’intelligenza è un disturbo mentale fatta da Donatella Coda Zabetta per il suo blog

Ho letto la scorsa settimana l’ultimo libro di Paolo Bianchi L’intelligenza è un disturbo mentale edito da Cairo. Ho divorato il libro, ma sono stati necessari alcuni giorni a interiorizzarlo.

Il protagonista, Emilio Rivolta, è affetto da un disturbo dell’umore, è un bipolare di tipo due ed il volume si dispiega seguendone gli stati d’animo, le cure, i tentativi di guarigione falliti, i crolli e le risalite, le terapie e le sedute nei gruppi di autoaiuto. Parallelamente esso descrive l’impatto che questo ottovolante emozionale ha sulla realtà di Emilio, uomo e giornalista. I bisogni fisiologici e gli impegni della quotidianità si ergono come montagne invalicabili a determinare un collasso sempre più profondo nel buio labirinto dei pensieri e delle ossessioni. La solitudine è vissuta come una morsa stritolatrice per la mancanza di amicizie e di amore.
Il buio dell’anima è tangibile e inquietante nella lettura del libro: ti travolge e ti trascina in vicoli ciechi senza speranza. Il dolore è atroce e la mente dirige il gioco creando barriere inespugnabili di cui il protagonista è inconsapevole. Non c’è spazio per il cuore, per la luce: tutto è dannatamente oscuro. L’ombra vela il visibile e offusca ogni possibilità di distacco e di oggettività.

Escher

Escher

Nel testo, mi hanno colpito due cose in particolare.
La prima è la continua ricerca di terapie a sedare i sintomi di un disagio più profondo e l’incrollabile resa nell’adattarsi alle ricette del momento.
La seconda è la scelta del protagonista di accennare all’origine del disturbo in modo marginale e senza approfondirlo, non offrendo al lettore la possibilità di addentrarsi in quest’ombra labirintica con un filo di Arianna a riportarlo fuori. Emilio, scrittore, insiste sul fatto che la scrittura non sia terapeutica: in questa superficialità d’approccio credo risieda la motivazione.
Quando si è nel dolore, a tutto si pensa meno che a calarsi ulteriormente negli oscuri meandri dell’anima: rifuggendo questa possibilità, ci si condanna ad una gestione del sintomo a vita.
Interessante la figura di un ragazzo del gruppo di autoaiuto di cui Emilio fa parte: viene tratteggiata la sua particolarità a rifiutare le terapie mediche in quanto considerate inefficaci, ma allo stesso tempo viene illuminata la sua voglia di non arrendersi e il suo coraggio di fronte al problema.
Devo ammettere che mi ha trascinato nella sua lotta, donando al volume quella fiducia e quella speranza che tante pagine avevano sepolto.

Ritengo sia un libro importante perchè parla di depressione, di bipolarismo, di anoressia in modo diretto avvicinando il lettore alla drammaticità dei disturbi psichici.
Il collasso di una mente prevaricante, libera al punto da rendere l’uomo schiavo dei suoi pensieri, è un dolore difficilmente comprensibile da chi non l’ha provato o non ha avuto occasione di stare al fianco di qualcuno che ne soffrisse.

L’intelligenza è un disturbo mentale letto con gli occhi di Silvia Tebaldi

Di Silvia Tebaldi

In copertina de L‘Intelligenza è un disturbo mentale c’è scritto “romanzo” e io ho l’ho letto come tale. Si è parlato di elementi autobiografici e mi pare che molti, tra quanti ne hanno già parlato, abbiano posto l’accento su questo aspetto. Io però ti parlo della mia lettura di un manufatto in quanto storia di Emilio Rivolta, una persona finta.

Anzitutto. Una storia che è in parte in prima e in parte in terza, e talvolta in soggettiva anche quando è in terza, e parte al presente e parte al passato. I passaggi da terza a prima e viceversa, da presente a passato e ritorno, sono quasi impercettibili perché la storia li assorbe e segui la storia e vai avanti, e nessun problema. Ma in realtà quei passaggi sono un bianco e un vuoto che mi riempiono di meraviglia – vuoti pieni di forza, alcuni come doline carsiche. Questo anzitutto volevo dirti.

E a pagina nove c’è un io in tondo e un io in corsivo, ma in mezzo c’è un tu che mi è sembrato da subito un nodo, una dichiarazione di poetica: questa storia, lettore, ti riguarda. Poi il tu ritorna ancora dentro la storia, quando serve e soprattutto dove è scritto: “Le cose non succedono mai quando te le aspetti”. Neanche come te le aspetti, e tra parentesi, quando scrivevo l’ho usato anch’io un tu simile a questo, e lo ricordo come un esercizio di vertigine.

E le descrizioni dei luoghi, soprattutto esterni e dei tempi – ore del giorno e della notte, che son descritte come se fossero luoghi – quelle sono bellissime per me. Mi fan pensare che qualcosa si è rotto nell’animale uomo, in quanto non più animale che fa conto sui luoghi, sulle piante, sull’aria e sull’acqua come un riferimento primario e rifugio (e le cose animalesche, in effetti, il protagonista dice che non si sente più di farle…). Mi fan pensare a quelle brevi meditazioni sul tempo, sull’aria, sui colori del mondo fuori, che si fanno senza quasi accorgersene nei tempi duri. Poi le descrizioni degli stati interiori di Emilio, quelle in soggettiva, sono quasi sempre altrettanto belle, e inquietanti come devono essere, e di una natura del tutto diversa da quelle del mondo fuori (pagina 67, tra tutte: la morte, in minuscolo, contro la Tenaglia, in maiuscolo). Il loro contrasto con le descrizioni di luoghi e tempi è forte per me almeno quanto quello tra le descrizioni dell’io di Emilio, quelle in soggettiva, di Emilio che sa tutto di sé tranne qualcosa di piccolo e importante, che ancora non so, e quelle dell’io degli altri personaggi, di cui il narratore ha grande rispetto – mai letture del pensiero abusive, mai indiretti liberi che sbordano, molti sembra – in un uno strano impasto di ferocia e pietas.

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Quando ero giovane avevo letto in un libercolo di Mario Vargas Llosa una specie di teoria del cratere, di cui ricordo poco e poi quel libro aveva qualcosa di repellente di cui ora non ho voglia di ricordarmi e comunque, crateri erano punti di grande densità, abissi di significato nei testi narrativi, o di particolare forza stilistica, una cosa così e nei libri buoni io i crateri li cerco eccome.

E qui ne ho trovati a pagina 122-123 dove c’è la ripetizione di “C’è un uomo, c’è una ragazza, c’è un uomo, c’è una donna”, che in un primo momento mi ha fatto venire in mente Howl e che poi precipita nel blu notte, nel cappotto di Enrica, out of the blue (il nero con il blu notte, uno degli accostamenti più difficili, più belli, chissà se il più antico difficile del mondo, per gli insonni. Buio, buio, buio). E a proposito del quaderno e del buio pagina 98 nel punto in cui la tavola, il mio pacchetto di tabacco, la scrittura del quaderno che è cambiata, cambiata molto rispetto al suo inizio nell’incipit del capitolo 2, la scrittura corsiva cambiata completamente nel voler dire la misura del cambiamento si inabissa nel bianco dopo la parola Cura.

E a pag. 104, dove i nomi delle persone che muoiono restano sulla carta, tra parentesi quadre. E Ivo che racconta del fratello, un altro abisso.

E poi c’è pagina 144: “Tutti gli anni che ci avevano divisi si sono compressi, in pochi giorni, nel tempo attuale della nostra malattia“. Ecco, qui ho pensato: questo più che un cratere è un Aleph. Un punto in cui c’è tutto, concentrato, compresso, una piccola sfera traslucida dal fulgore eccetera.

Poi sono andata avanti nella lettura fino alla beata resa, all’ultima riunione prima dell’estate. Come una specie di matinée dei Guermantes dei picchiatelli, di noi segnati, in cui come sta Max, come sta Marika, come sta Matteo, si intreccia ai principi ispiratori come una specie di Shemone esre laica, di diciannove benedizioni non so come,  con un noi che prima non c’era ma ora c’è ed è il corpo di quest’ultimo capitolo, guardiamo, riconosciamo, vogliamo, traiamo forza, non giudichiamo, ci perdoniamo, respingiamo, accettiamo, aspettiamo. E poi camminiamo, non parliamo, fuori dal corsivo e fuori all’esterno, nel mondo, un noi transitorio ma forte.

E ancora qui mi sono chiesta come mai mi pare che Emilio sappia tutto di sé ma non qualcosa che invece dovrà pur sapere affinché il romanzo finisca, sia pure con un finale aperto, e ho pensato ma sarà mica davvero quella piccola sfera traslucida, di quasi intollerabile fulgore…  Ed eccolo. Un chiarore fulgido, giallo. Prima del finale che sarà anche un finale aperto, ma è fatto di due endecasillabi di seguito che è pur sempre un segnale, ecco cosa mi è venuto in mente, un acquario, una donna ipnotizzata dai pesci, Axolotl di Julio Cortazar (“Hubo un tiempo en que yo pensaba mucho en los axolotl. Iba a verlos al acuario del Jardín des Plantes y me quedaba horas mirándolos, observando su inmovilidad, sus oscuros movimientos. Ahora soy un axolot”.) Che è una forma speciale di Aleph, almeno per me niente affatto legata all’orrore, che invece i lettori dell’Axolotl spesso sottolineano, ma piuttosto al destino dello scrittore, dentro e fuori dal suo personaggio, e ho pensato mamma mia che finale, e sono andata a rivedere se la stanza degli Aghi era, a suo modo, un acquario e che bella storia, grazie.

‘L’intelligenza è un disturbo mentale’ di Paolo Bianchi è onesta che diventa coraggio

La recensione di Veronica Tomassini per Il Fatto Quotidiano

Leggo il romanzo di Paolo Bianchi, L’intelligenza è un disturbo mentale, uscito in questi giorni per Cairo Editore, e non posso non ammirare la sua onestà. Questo tipo di onestà – esercitata dallo scrittore piemontese, giornalista di Libero, blogger – diventa coraggio, perché racconta la malattia psichica senza cedere alla lusinga di un accomodamento che sia conforme a una qualche specie di orgoglio. Non c’è un eroe nel suo romanzo, pure raccontando di sé. E già questa è un’operazione mimetica difficilissima da realizzarsi. Paolo Bianchi è bipolare, la sua è una confessione tout court: il romanzo divide in brevi capitoli i suoi misurati inferni, i ricoveri, la devastazione delle terapie, i dosaggi, le sale d’attesa, i luminari. La sua non guarigione. L’assoluta solitudine. Mi colpisce profondamente la sua assoluta solitudine. Così smonteremo tutte le banalità del caso quando si racconta di quell’universo parallelo dove rovineranno sensibilità sopra le righe.

Quando Bianchi parla della malattia lo fa in prima persona, realizza subito che “il male di vivere alla fine è solo una maledetta forma di intelligenza”. La consapevolezza dolorosa di esistere non è una faccenda sentimentale. E’ un esperimento tragico. Mentre Paolo Bianchi racconta il tempo stranissimo e dilatato delle sue giornate, delle sue lunghissime notti o gli incontri con il gruppo di terapia, ogni dettaglio ci suggerisce il giudizio impietoso dello scrittore, non sugli altri, infelici come lui, ma sull’infelicità, non sugli effetti del male, ma sul male e sul metodo utilizzato per ripararvi al limite. Una domanda disturba su tutte, durante la lettura e fino alla fine: cos’è la follia? Quindi seguono tutte le altre: c’è differenza con la depressione? E con tutte le infinite postille del male? Da dove arrivano? Quali assenze le ingenerano? La follia. E’ un concetto a cui abbiamo dato un valore e un’esistenza persino convenzionale? Non esiste. Esiste. Cos’è? Paolo Bianchi ha scritto un libro coraggioso, è un esercizio di umiltà.

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L’urlo di Munch

Non ha rinunciato al piacere della parola che diventa narrazione; Bianchi racconta la sua vita, riassume la sua adolescenza nei dettagli che saranno soltanto una funzione per riconoscere il male che lo avvince, che deve recuperare nelle regioni oscure della sua psiche, risalire la corrente fino all’origine del trauma, gli spiega uno dei tanti luminari interrogato con il terrore dell’ultima ratio sempre. L’origine è sconosciuta, luogo non identificato. L’intelligenza è un disturbo mentale non è biografismo, rimane letteratura, malgrado parli del suo dolore, un dolore perenne che la medicina ha chiamato bipolarismo (o bipolarità). Rimango dell’idea che chi scrive abbia questa responsabilità e non possa sfuggirne in alcuna maniera: tradurre il dolore del mondo, che piaccia o meno, indossarlo all’incirca, un calco, uno stigma. Paolo Bianchi è stato coraggioso, non so se riuscirò mai a raccontare le mie paranoie, le mie vere paranoie, con la stessa temerarietà, così senza pelle. Lui ovviamente ha fatto molto molto di più.

«Sono bipolare, e l’ho scoperto dopo 30 anni di dolore». Intervista a VanityFair.it

La mia intervista a VanityFair.it

«Ho trascorso intere giornate a letto senza alzarmi, settimane. Senza nessun desiderio, nessuno stimolo. Non mi nutrivo, non parlavo con nessuno, ero niente». Ricorda così Paolo Bianchi, 52 anni, giornalista professionista, i giorni della sua «depressione maggiore». Raccontati nel suo romanzo, in uscita il 26 maggio, L’intelligenza è un disturbo mentale (Cairo Editore).

Non dormiva prima delle quattro del mattino, le giornate erano scandite da crolli, riabilitazioni, ricadute e ancora risalite, euforia e abisso. Dall’età di 25 anni. «Non c’è stato un episodio scatenante, la depressione è arrivata. Cercavo dei motivi ai miei stati d’animo angosciosi, poi mi sono dovuto arrendere all’evidenza  e rendermi conto che, proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, vivevo uno stato d’ansia generalizzato. Temevo che qualcosa di gravissimo stesse per accadere, una catastrofe a me o alla mia famiglia. Era diventata un’ossessione».

Così per Paolo sono iniziati gli anni della psicoanalisi, prima freudiana, quindi senza l’utilizzo di farmaci, poi la psicoterapia. «L’analisi classica prevedeva un percorso troppo lungo e oneroso. Nel frattempo io stavo male, avevo gravi problemi di insonnia che condizionavano moltissimo anche il mio rendimento lavorativo. Mi sono quindi rivolto a uno psichiatra che potesse anche prescrivermi farmaci, con cui controllare innanzitutto il disturbo del sonno».

Paolo si è così affacciato al mondo degli antidepressivi con cui riusciva a riposare la notte ma che non placavano le profonde ricadute nel buio della depressione. «Non ne parlavo con nessuno perché non volevo pesare sulla famiglia, sulle persone vicine. Chi non vive questo stato tende a non capire o a non crederci. Mi dicevano: “Scuotiti”, “Fai qualcosa di brillante”. “Vai in vacanza”, “Segui un corso in palestra”, “Datti da fare”. Tutte cose che non si possono dire a un depresso, la solidarietà affettiva non viene quasi percepita da chi sta male».
Nei momenti di maggiore difficoltà Paolo è arrivato ad assumere dosi spaventose di ansiolitici. «Non si guarisce con lo Xanax. Chi è depresso è lucidamente consapevole della inutilità pratica della propria vita. Sei convinto che non ci sia alcun significato nel mondo, non vale più la pena fare nulla. Questo senso senso di lucidità acuta è molto doloroso».

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Poi, a seguito di un’interruzione della terapia, nel periodo estivo, Paolo è arrivato a un momento di forte tracollo. «Era il 2012, sono stato ricoverato per tre settimane in day hospital, all’interno del reparto di terapie dell’umore. Attraverso una flebo si assume una quantità di farmaco che arriva subito al cervello».

In seguito alla risposta positiva ai farmaci, a Paolo è stato diagnosticato, dopo quasi trent’anni di sofferenza, un bipolarismo di tipo due: picchi di euforia altissimi e discese vertiginose nella depressione. «Bipolarismo e depressione spesso vengono confusi perché i sintomi sono simili. La mia fortuna è stata quella di essermi trovato di fronte a medici che hanno riconosciuto la mia patologia e hanno individuato il mio cocktail di farmaci ideale».

Un cocktail (un antidepressivo, uno stabilizzatore dell’umore e un antipsicotico) che Paolo assume ogni giorno da due anni e mezzo e che gli ha permesso di tornare alla vita e riuscire a concludere il suo romanzo. «La concezione dello psichiatra è che quando funziona è meglio non cambiare, dopo anni si può iniziare a pensare di scalare ma bisogna stare molto attenti al fai da te. Si diventa dipendenti e molte persone, con un’interruzione brusca dei farmaci, sono arrivate anche al suicidio».

Oggi Paolo vive una vita intensa e serena, lavora a tempo pieno, esce con gli amici, s’innamora, gira il mondo, ha trovato il suo equilibrio. «Prima quando scrivevo a penna avevo mutato anche la mia calligrafia, era diventata piccolissima. Oggi sto bene, non m’interessa di chi pensa che sia pazzo, uscire allo scoperto significa guarire. Non c’è tempo per aspettare che passi naturalmente».

L’intelligenza è un disturbo mentale

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L’intelligenza è un disturbo mentale. Ecco il titolo del mio nuovo romanzo, che uscirà a maggio per Cairo Editore. Parla di Emilio, un uomo che soffre di bipolarismo di tipo due. E della sua lotta per convivere con la malattia: gruppi di auto-aiuto, psichiatri, medicine, ricoveri. E una terapia fai-da-te: lunghe chiacchierate con le signore della notte.

Questo è un romanzo, ma  non solo. Per questo, da oggi il mio blog cambia pelle: non parlerò solo dei miei articoli e dei miei interessi, ma soprattutto di tutto quello che gira intorno a questo mondo. Con l’obiettivo di riunire malati, amici e familiari di chi convive con un disturbo mentale, anche grazie alla collaborazione con la onlus Progetto Itaca, a cui andranno tutti i miei proventi.

escherEcco l’incipit.

Le nuvole schiacciano il cielo e la terra.

«Dove?» dice l’uomo al volante, senza voltarsi.

«Policlinico.».

«Preferenze per la strada?».

«La più corta.». «La più corta o la più veloce?».

«La più veloce.».

Comunque, con le nuvole basse fa meno freddo.

Quelli che schiamazzano dentro la radio producono abbastanza rumore da darmi fastidio, ma non abbastanza da farmi capire il senso di quel che dicono. Da ridere non c’è mica tanto.

Mi trema la gamba destra, ho dormito male, è la prima volta che vado lì, ho paura. Ci si abitua a tutto, dicono, ma non dicono quanto ci vuole. Persino guardare in alto mi pesa, figuriamoci quello che mi aspetta. Ho scelto di andarci da solo, perché agli amici non piace essere coinvolti, e a ogni modo ne frequento pochi, dopo sembra che uno li cerchi solo quando ha bisogno. Poi io sento di avere non tanto bisogno di amici quanto di medici curanti. E non ho detto “guarenti”, dato che nella guarigione non ci spero granché, ma proprio curanti. Gli uomini non cercano gente che li guarisca, ma gente che si occupi di loro.