Lou Reed: talento e disperazione

Non solo rockstar, ma anche autore raffinato di testi, più scrittore che musicista, è stato una delle figure più influenti ndella cultura pop dagli anni Sessanta del Novecento ai Dieci del nuovo millennio.

Della sua figura si è detto soprattutto che è stata “controversa”, per via dell’ambiguità sessuale e della condotta di vita estrema, con uso smodato di alcol e droghe di ogni genere, dalle anfetamine all’eroina.

L’autore di “Walk on the wild side” e di “Perfect day”, il pupillo di Andy Warhol e il fondatore dei Velvet Underground, uno dei gruppi che più hanno influenzato il corso della musica rock e pop, ha sofferto per gran parte della sua vita di disturbi mentali.

Il libro di Howard Sounes

Il libro di Howard Sounes

Lou Reed nell’adolescenza ha avuto un crollo nervoso tale da richiedere, a diciassette anni, il suo ricovero in una casa di cura, e vari elettroshock. Le informazioni, che finora erano state date a pezzetti e sempre in forma dubitativa (lui non ne parlava, e guai a chiederglielo), si trovano adesso in un volume sorprendente per la mole, l’accuratezza e la qualità della ricerca. S’intitola Notes from the Velvet Underground – The life of Lou Reed (edizioni Doubleday) e l’ha scritto Howard Sounes, già biografo di altre star, come Paul Mc Cartney, Bob Dylan e Charles Bukowski.

Sounes ha interrogato centoquaranta testimoni, persone che hanno avuto a che fare con Lou Reed in vari stadi della sua vita, e ne traccia un quadro a tratti inquietante. L’artista di Long Island era una persona profondamente turbata, un uomo dal carattere difficile, spesso intrattabile, anche violento.

Ma a giudicare dagli effetti della sua mente sulla sua condotta viene da pensare a un possibile depresso, o bipolare.

Sounes evoca episodi sintomatici, “esaurimenti nervosi” che assomigliano parecchio a eventi di depressione maggiore, anche a ricorrenze cicliche. E una tendenza ad attacchi d’ansia e di panico, che già apparteneva alla madre (è curioso come la sorella di Lou, Merrill, sia divenuta una psicoterapeuta).

Un uso continuo di metanfetamine alternate all’eroina, nella prima giovinezza, parevano esasperare questi sintomi. Lou Reed negli anni Settanta non riusciva a esibirsi in pubblico senza prima essersi fatto di droga. Prima di un concerto, bisognava che qualcuno lo portasse di peso fino al centro del palco, là dove un faretto lo illuminava; iniziava a cantare da quel momento. Lui stesso nel 1989 ammise che in quel periodo buio riteneva di aver perso creatività e speranza, al punto di pensare più volte al suicidio.

Poi, negli anni Ottanta, la risalita. Probabilmente l’aver raggiunto un equilibrio emotivo e affettivo , e il suo forte senso di autodisciplina, uniti a una creatività incessante, lo aiutarono molto, così come lo aiutò l’appoggio della sua terza e ultima moglie, Laurie Anderson.

Il connubio arte/malinconia, talento/disperazione, si è incarnato in lui, ancora una volta, in maniera esemplare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *