Lezioni di scrittura

Inauguro un corso di scrittura. Dopo tanti anni in questo mondo credo di aver qualcosa da trasmettere. Ho aspettato il più possibile, ma adesso ci siamo. C’è molta gente che ama scrivere, che vuole scrivere, e che non sa bene da dove cominciare. Senza considerare poi il contatto con gli editori, che è faticosissimo, frustrante, e che spesso dà luogo a truffe.

Non punto ad avere molti studenti, me ne bastano pochi e motivati. La sede è a Milano, è comoda, e abbiamo tutto quello che ci serve. Ho scritto tutto in un volantino che sto distribuendo e che riproduco qui:

 

pdf lezioni di scrittura

Ricopio il testo qui sotto, per comodità:

Ami la lettura?

Ti piace scrivere?

Vuoi imparare a lavorare sul testo?

Vuoi sapere come orientarti per contattare una casa editrice?

Questo ciclo di lezioni ti fornisce gli strumenti adatti.

Il programma comprende lezioni teoriche e di attività pratica,

garantendo la massima serietà didattica.

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Paolo Bianchi da più di trent’anni lavora per le principali case editrici italiane. Giornalista professionista, ha scritto su decine di quotidiani e periodici, a lungo come critico letterario. È autore di romanzi e saggi, traduttore dall’inglese e dal francese, consulente editoriale e editore in proprio. Svolge anche attività di scouting editoriale

(Ma il mio curriculum lo trovate in questa pagina!)

Informazioni sul programma, sulla durata e sui costi (concorrenziali) dei corsi verranno fornite sia telefonicamente sia per iscritto sia di persona.

Chiamare il 347-8050604

o scrivere a lettere@pbianchi.it

Le lezioni si tengono a Milano, in zona Buonarroti-Tre Torri (il luogo è facilmente raggiungibile con le linee di metropolitana Rossa e Lilla).

Al termine è prevista per gli allievi la possibilità di pubblicare i propri elaborati.

Spiegherò meglio il programma di persona, ma posso anticipare questo; la prima lezione sarà introduttiva, le seguenti avranno anche una componente pratica, dato che ciascun allievo potrà presentare un proprio testo, che verrà eventualmente discusso insieme.

Ogni incontro, a parte il primo, sarà tematico. Non ci saranno lunghe e noiose dissertazioni teoriche. Si parlerà della scrittura narrativa nelle sue forme essenziali, con esempi illustri di ogni tempo. Ma tutto farà riferimento all’esigenza personale di scrittura di ciascun allievo. E si parlerà di lettura, non tanto di che cosa leggere, ma di come leggere.

Un corso semplice, ma essenziale. Molta pratica, poca presunzione.

Qualcuno si è già fatto avanti, ovviamente non pongo barriere o limiti di alcun genere. I costi sono ridotti al minimo, perché non è un’attività speculativa. Partiremo appena saremo abbastanza, ma non abbiamo bisogno di essere in molti.

Sento che sarà una bella esperienza.

 

 

 

Michelangelo, il genio e la follia di una mente straziata

Non c’è da stupirsi, in fondo, se il genio del Rinascimento italiano Michelangelo Buonarroti, fosse una persona tormentata da un dolore esistenziale infinito. Testimonianza è nella sua opera, nelle arti visive tanto quanto nella sua poesia.

Lo si deduce dalla biografia, Vita di Michelangelo, che gli dedicò nel 1907 lo scrittore francese Romain Rolland (premio Nobel per la letteratura nel 1915). La narrazione parte osservando un’opera di Michelangelo del 1532-1534. E’ a Firenze a Palazzo Vecchio nella sala dei Cinquecento. Quando Michelangelo la scolpì aveva meno di sessant’anni. S’intitola “La Vittoria” o “Il Genio della Vittoria”, e rappresenta un giovane nel fiore degli anni che domina, imponendogli un ginocchio sulla schiena, un vecchio barbuto e malconcio. La scultura in marmo rimase per anni nell’atelier dell’artista, fino alla sua morte.

Siamo di fronte a un’allegoria dal significato ambiguo: è la gioventù che domina sulla vecchiaia, la miseria, le malattie, le ingiustizie. Ma forse il dominato è Michelangelo stesso. Eppure il ragazzo che ha vinto, non trionfa, anzi appare pensoso, come se la sua mente fosse già rivolta altrove; non gode del suo momento.

Michelangelo visse una vita lunga, laboriosissima e piena di malanni. Fu tormentato da ogni genere di malattie, e in particolare da un’insonnia atroce. Ma la sua malattia più profonda era nell’animo. Rolland capisce questo e lo spiega, anzi, ne fa quasi il fulcro della sua narrazione. Così scrive: “Il pessimismo lo minava, ed era in lui un male ereditario. Durante la giovinezza, si esaurì negli sforzi per tranquillizzare il padre, il quale in certi momenti pare fosse preso da mania di persecuzione, ma Michelangelo era più colpito lui stesso che non il padre, ch’egli curava. Quell’attività senza posa, quella fatica schiacciante, da cui non riusciva mai a prender riposo, lo lasciavano senza difesa, in balìa di tutte le aberrazioni del suo spirito palpitante di sospetti”. In effetti, aveva momenti di paranoia e pensava che i fratelli, il nipote, i suoi stessi genitori volessero approfittarsi di lui.

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

La Vittoria, o Il Genio della Vittoria, di Michelangelo

Ne era ben conscio, di questo stato. Lui stesso lo chiamava “follia” nelle numerose lettere che scriveva ad amici e parenti. Si definiva melanconico e folle, vecchio folle, folle e cattivo. (Fa venire in mente il famoso incipit delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: “Sono un uomo malvagio, sono un uomo malato. Un uomo sgradevole, sono”.)

Vedeva e sentiva dolore e strazio nell’immensità di un universo che gli appariva insensato. E nelle rime scrisse “Mille piacer non vaglion un tormento”. Era preso da crisi di “timor panico”, era isolato, era nell’oscurità. Ancora Rolland: “Michelangelo aveva in sé quella tristezza che fa paura agli uomini, che tutti istintivamente sfuggono. Egli creava il vuoto intorno a sé”. E pur lavorando di continuo, lasciò incomplete moltissime opere, come la tomba di Giulio II e la Cappella dei Medici. Giunto alla fine della vita era convinto che tutti i suoi sforzi fossero stati inutili.

Un clinico di oggi, se potesse tornare indietro con la macchina del tempo e visitarlo, si troverebbe forse di fronte un depresso o un bipolare. Forse gli prescriverebbe la sertralina o un equilibratore dell’umore. Sarebbe un Michelangelo sotto farmaci.

Nella Vita di Michelangelo (in edizione italiana per l’editore SE di Milano, 2014) si trovano continui riferimenti a questo suo stato. Negli ultimi anni l’artista era sempre più solo, lavorava di notte, viveva perlopiù al buio. Era diventato misantropo e scriveva: “o mondo falso, allor conosco bene/l’errore e ‘l danno dell’umana gente”.

Del resto, proprio come nella presa di coscienza che neppure la vittoria poteva scacciare i fantasmi della dissoluzione, lui temeva soprattutto sé stesso e i propri pensieri, al punto che, scriveva, come in un’invocazione al divino: “Deh, fate ch’a me stesso più non torni”.

 

 

 

Lou Reed: talento e disperazione

Non solo rockstar, ma anche autore raffinato di testi, più scrittore che musicista, è stato una delle figure più influenti ndella cultura pop dagli anni Sessanta del Novecento ai Dieci del nuovo millennio.

Della sua figura si è detto soprattutto che è stata “controversa”, per via dell’ambiguità sessuale e della condotta di vita estrema, con uso smodato di alcol e droghe di ogni genere, dalle anfetamine all’eroina.

L’autore di “Walk on the wild side” e di “Perfect day”, il pupillo di Andy Warhol e il fondatore dei Velvet Underground, uno dei gruppi che più hanno influenzato il corso della musica rock e pop, ha sofferto per gran parte della sua vita di disturbi mentali.

Il libro di Howard Sounes

Il libro di Howard Sounes

Lou Reed nell’adolescenza ha avuto un crollo nervoso tale da richiedere, a diciassette anni, il suo ricovero in una casa di cura, e vari elettroshock. Le informazioni, che finora erano state date a pezzetti e sempre in forma dubitativa (lui non ne parlava, e guai a chiederglielo), si trovano adesso in un volume sorprendente per la mole, l’accuratezza e la qualità della ricerca. S’intitola Notes from the Velvet Underground – The life of Lou Reed (edizioni Doubleday) e l’ha scritto Howard Sounes, già biografo di altre star, come Paul Mc Cartney, Bob Dylan e Charles Bukowski.

Sounes ha interrogato centoquaranta testimoni, persone che hanno avuto a che fare con Lou Reed in vari stadi della sua vita, e ne traccia un quadro a tratti inquietante. L’artista di Long Island era una persona profondamente turbata, un uomo dal carattere difficile, spesso intrattabile, anche violento.

Ma a giudicare dagli effetti della sua mente sulla sua condotta viene da pensare a un possibile depresso, o bipolare.

Sounes evoca episodi sintomatici, “esaurimenti nervosi” che assomigliano parecchio a eventi di depressione maggiore, anche a ricorrenze cicliche. E una tendenza ad attacchi d’ansia e di panico, che già apparteneva alla madre (è curioso come la sorella di Lou, Merrill, sia divenuta una psicoterapeuta).

Un uso continuo di metanfetamine alternate all’eroina, nella prima giovinezza, parevano esasperare questi sintomi. Lou Reed negli anni Settanta non riusciva a esibirsi in pubblico senza prima essersi fatto di droga. Prima di un concerto, bisognava che qualcuno lo portasse di peso fino al centro del palco, là dove un faretto lo illuminava; iniziava a cantare da quel momento. Lui stesso nel 1989 ammise che in quel periodo buio riteneva di aver perso creatività e speranza, al punto di pensare più volte al suicidio.

Poi, negli anni Ottanta, la risalita. Probabilmente l’aver raggiunto un equilibrio emotivo e affettivo , e il suo forte senso di autodisciplina, uniti a una creatività incessante, lo aiutarono molto, così come lo aiutò l’appoggio della sua terza e ultima moglie, Laurie Anderson.

Il connubio arte/malinconia, talento/disperazione, si è incarnato in lui, ancora una volta, in maniera esemplare

Progetto Itaca per la mente con il cuore

Progetto Itaca è un’associazione onlus nata nel 1999 per sopperire a una lacuna. In Italia non ci sono molte alternative se qualcuno ha in casa un famigliare affetto da disturbi psichici. Il sistema sanitario pubblico è efficiente in alcuni casi, soprattutto nel Norditalia, del tutto assente in altri (ma anche al Sud ci sono aree di eccellenza).

Nel frattempo i disturbi della salute mentale sembrano moltiplicarsi. Chi non conosce o non ha mai conosciuto persone affette da depressione, attacchi di panico, fobie invalidanti, disturbi bipolari, disturbi alimentari, e così via. Fino ad arrivare alle psicosi e alla schizofrenia, malattie gravissime, che non possono essere guarite, ma curate sì.

Si tratta di psicopatologie della modernità, legate anche allo stress e a una vita, la nostra, fatta di continue aspettative, di obiettivi da raggiungere in modo competitivo, di umiliazione se questo non avviene, e di paura.

Qualche dato sulla base di indagini recenti: in Europa il 43 per cento dei giorni di malattia sul lavoro è causato da disturbi di ansia e depressione. L’età più colpita è compresa fra i 45 e i 54 anni. Le donne presentano un rischio maggiore di sviluppare stati di stress correlati al lavoro. Gli effetti economici dello stress da lavoro ammontano a miliardi di euro.

In Italia, come nel resto del mondo occidentale, il consumo di psicofarmaci è andato aumentando in modo massiccio negli ultimi decenni. Dai primi farmaci antidepressivi, come il litio, si è passati a molecole sempre più specifiche ed efficaci, a farmaci diffusissimi come il Prozac e lo Zoloft (solo per citarne due, ma le molecole che costituiscono i principi attivi sono decine, con relative quote di mercato gigantesche.

Ciononostante, andare dallo psichiatra è ancora considerata un’attività vergognosa, se non infamante, il che è dovuto a un pregiudizio, lo “stigma”, che avvolge le relazioni sociali in una rete di segretezza.

Uno degli scopi principali di Progetto Itaca (che ora è anche una Fondazione, all’interno della quale ha preso vita, come punto di partenza, il Club Itaca, dedicato al sostegno dei soggetti più problematici, affetti da psicosi e schizofrenia) è quello di informare le persone.

Informare significa da una parte prevenire le malattie, dall’altra comunicare il principio per cui la condivisione aiuta a superare la paura e il disagio.

Ecco perché sono nati i gruppi di autoaiuto, circoli ristretti coordinati da due facilitatori, in cui ognuno è messo nelle condizioni di manifestare agli altri il proprio disagio, incontrandosi ogni settimana per circa un paio d’ore, per ascoltare e aprirsi al mondo, e soprattutto per scambiarsi esperienze.

Progetto Itaca non potrebbe esistere senza una forza sottostante di volontari, centinaia in tutta Italia, a partire dalla sede principale di Milano, e via via nelle altre dieci sedi già presenti sul territorio nazionale: Asti, Genova, Padova, Parma, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Catanzaro, Lecce, mentre altre sedi sono prossime all’apertura, per esempio a Como e a Bologna. Solo la sede milanese conta 140 volontari.

Qualche altro numero: solo nel 2016 un progetto di prevenzione ramificato nelle scuole d’Italia ha raggiunto 3.500 studenti, mentre in un decennio è stato possibile stipulare 200 contratti avviati da Club Itaca, in un progetto di inserimento sociale attraverso un’attività lavorativa, il che è stato reso possibile grazie all’intervento di 70 aziende partner.

Modello di riferimento è Clubhouse International, un movimento nato negli Stati Uniti e diffusosi in tutto il mondo, che punta a sostenere le persone disagiate e le loro famiglie: Progetto Itaca è inoltre partner di NAMI (National Association of Mental Illness) organizzazione statunitense che segue milioni di americani affetti da malattia mentale.

A parte quelli già citati, i progetti dell’associazione comprendono consulenze gratuite per orientare i soggetti interessati verso un percorso di cura, a partire dai suoi bisogni (che spesso sono inconfessati per paura). Poi ci sono i corsi di formazione per volontari, la formazione per i famigliari e quella Peer-to-peer, Pari a Pari, per aiutare chi soffre a convivere con la malattia.

Esiste poi una linea d’ascolto costantemente presidiata, all’800.274.274 o 02-29007166a cui ci si può rivolgere anche per via telematica: linea.ascolto@progettoitaca.org. Per altre informazioni si può consultare il sito www.progettoitaca.org, o rivolgersi alla sede di Milano di via Volta 7/a.

Ci sono poi le innumerevoli manifestazioni pubbliche che hanno il duplice scopo di far conoscere l’associazione e di raccogliere fondi (nel solo 2014 le donazioni da privati sono state di 138.000 euro). Fra queste c’è l’evento annuale Tutti matti per il riso, nelle principali piazze italiane, ci sono concerti, gite, presentazioni di libri e tutto quello che può attirare l’attenzione pubblica verso un problema per la verità molto diffuso e sentito ma, come già accennato, troppo spesso nascosto.

Segretario generale di progetto Itaca è la fondatrice, Ughetta Radice Fossati Orlando, l’attuale coordinatrice generale Elena Moresi Porta.

Un’organizzazione dunque che non chiede soldi agli assistiti, non offre cure psichiatriche o psicoterapie, ma sa indirizzare chiunque le si rivolga verso una possibile soluzione dei suoi problemi. Lo slogan, “Per la mente, con il cuore”, ne sintetizza i principi.

 

Paolo Bianchi

Tutti matti per il riso: Progetto Itaca cerca volontari

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L’8 e il 9 ottobre torna in tutta Italia la campagna di raccolta fondi Tutti matti per il riso. Per dare una mano e scendere in campo in prima persona contro le malattie mentali, per un giorno si può diventare volontari di Progetto Itaca.

In totale, saranno 70 le piazze coinvolte in 15 città: Asti, Catanzaro, Como, Firenze, Genova, Lecce, Lecco, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Roma, Torino e Verona. I volontari dovranno offrire, in cambio di una piccola donazione, un sacchetto di riso Carnaroli. I fondi saranno usati per sostenere le attività delle sedi locali dell’associazione, che ha come obiettivo non solo aiutare le persone che soffrono di disturbi mentali e i loro familiari, ma anche combattere lo stigma sociale che accompagna queste patologie. Per arrivare preparati, a settembre verrà organizzata una giornata di formazione per tutti i volontari.

Nella Grande Città la tenaglia della sofferenza

La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale su La Stampa di Piersandro Pallavicini

Paolo Bianchi è uno scrittore e giornalista con una decina di libri alle spalle e continue collaborazioni con le pagine culturali d i quotidiani e riviste. Chi lo segue sa che ha una ammirevole repulsione per il conformismo e i luoghi comuni. Tra i luoghi comuni più frequentati della nostra editoria c’è il dolorismo, cioè l’uso consapevole (e cinico?) della disgrazia, dell’emarginazione, della malattia, a fini narrativi. Ebbene, ne L’Intelligenza èun disturbo mentale Paolo Bianchi mette in gioco sé stesso, perché molte delle storie raccontate lo riguardano e sono vere, e in particolare quella parte di sé stesso che ha a che fare con la depressione, il bipolarismo, la sofferenza della psiche. Allora parlare di sé e in più farlo senza usare la malattia come calamita per la pietà, insomma affrontarla senza cadute nei luoghi comuni dell’autocommiserazione o dello scandalo per chissà quale colpa del mondo, è un esercizio rischioso e difficile. Ma Bianchi ci riesce benissimo, grazie al tono. Che è quello della nonchalance (non dell’understatement), che permette all’autore di dire tutto senza sottolineature e corsivi, con frequenti surplace che spiazzano il lettore e lo lasciano pieno di sorpresa davanti alloscattoverso l’imprevedibile.

Il protagonista è Emilio Rivolta, che troviamo poco oltre i cinquant’anni, in una Città Grande in cui è facile riconoscere Milano. Meno chiara invece l’ubicazione della Città Piccola dove Rivolta è nato e cresciuto fino agli anni dell’università: una città della provincia del nord Italia, come tante ce ne sono. Nella Città Grande Rivolta fa il giornalista, deve scrivere recensioni di libri, intervistare scrittori, lavorare per un grande quotidiano. Ma spesso non ce la fa nemmeno ad alzarsi. Va a periodi, e i periodi in cui è stretto dalla Tenaglia (l’immagine è perfetta: lui incapace di muoversi, in grado solo di agitarsi debolmente mentre patisce il dolore inflitto dalla stretta) arrivano imprevedibili, preannunciati da un sogno, da un cambio d’umore, o anche solo dal colore del cielo che assume un tono più intenso, doloroso per gli occhi, insostenibile.

psichiatria

 

In questa vita difficile piena di giorni non spesi, gli appigli sono il gruppo di AutoAiuto- una manciata di «picchiatelli», come li chiama Emilio – dove sotto la guida di un paio di volontarie si parla di sé tra pari dentro una zona di sicurezza dello spirito; poi la chimica, cioè le sedute nella ‘stanza degli aghi’ dove i pazienti con la flebo in vena ricevono farmaci che ne placano l’ansia, ne attutiscono la depressione, ne assestano l’umore; infine la compagnia a pagamento, in due luoghi – l’Angelo Azzurro in città e un’ineffabile locale sperso in provincia – dove Emilio trova non tanto sesso quanto una sospensione dall’angoscia dei rapporti: luoghi dove tutto è ch iaro, certo, dove pagando ottieni l’esatta quantità di attenzione, calore, affetto che ti aspetti.

Che cosa l’ha ridotto così? Ci sono state cause scatenanti, esperienze primarie? Anni di psicanalisi si sono rivelati inutili, anzi snervanti e dannosi, ma Rivolta ci prova da sé, ricorda quelli che da bambino e da ragazzo sono stati episodi di amore negato, di sottomissione subita, di amicizia tradita.

L’intelligenza è un disturbo mentale perché di questi episodi sa espungere il significato di inevitabile condanna all’infelicità e perché non ne permette la cancellazione del ricordo. Questo romanzo è una lettura intensissima, ma non si piange mai. Si affronta il dolore, se ne subisce l’impatto, lo si comprende e se ne tasta la grana, ma non ci si commuove, che è tutt’altra cosa. Si capisce anche che se ci si sente così – e succede purtroppo a molti – una via d’uscita però c’è: chimica e gruppi di sostegno. nel romanzo e nella vita reale. Per  esempio con il Progetto Itaca, cui Bianchi donerà i proventi del libro, una onlus che ascolta, consiglia e aiuta chi è incagliato nelle secche della malattia mentale.

Crogiolarsi nel dolore è il “peccato” più grave

Schermata 2016-06-24 alle 16.55.45La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale di Camillo Lagnone per Il Giornale

L’impatto con l’ultimo romanzo di Paolo Bianchi, edito da Cairo, non è dei più felici per uno come me a cui le malattie e le descrizioni delle malattie, di qualsivoglia natura esse siano, ripugnano, eppure qualcosa mi obbliga a proseguire la lettura, la potrei definire una sgradevolezza avvolgente che pagina dopo pagina induce dipendenza e mi fa tornare in mente il primo contatto con Franco Arminio e Michel Houellebecq, altri due cantori del disagio irresistibile, della sociopatia attraente.

Mi piacerebbe molto definire Bianchi il nostro Houellebecq, farebbe gioco a lui e a questo articolo ma sarebbe una forzatura se non proprio una sparata. Per ogni somiglianza ci sono almeno tre differenze e la principale riguarda l’immigrazione: per lo scrittore italiano non rappresenta un problema e anzi per il suo protagonista, Emilio Rivolta, giornalista quarantacinquenne allo sbando professionale e sentimentale, rappresenta una risorsa. Beninteso non si tratta degli africani maschi che continuano a sbarcare in Sicilia per bighellonare a carico del povero contribuente, bensì delle femmine esteuropee e sudamericane che arrivano in Italia per esercitare un mestiere, molto antico. “Era rumena, l’avrei giurato, erano o rumene o brasiliane (quelle negre) e qualcuna era russa, ma poche”: questa è la composizione etnica dei locali loschi ma non troppo, illegali ma non troppo, nei quali si svolge buona parte del romanzo. Le italiane sono ancora meno delle russe e pertanto bisogna ammettere che almeno in questo caso, almeno in questo comparto, gli stranieri non rubano il lavoro ai nativi ma viceversa colmano un vuoto, soddisfano una domanda: la puttana è un lavoro che le italiane non vogliono più fare. A dar retta a Rivolta, forse però non molto affidabile in quanto molto imbranato, inetto alla maniera dei personaggi di Svevo, le italiane non vogliono più fare nemmeno le amanti. Perciò vengono definite “vagine lignee” e qui devo ancora una volta evocare Houellebecq che in Lanzarote scrive qualcosa di simile: le italiane, al contrario delle spagnole, sarebbero “talmente convinte della propria bellezza da diventare inscopabili”. Rivolta ricorda l’ex fidanzata, donna insensibile o forse semplicemente stufa di un uomo inconcludente, egoista come sono spesso egoisti i malati, specie se di questo tipo. “Sono un malato. Sono un malvagio. Sono un uomo odioso” è il ritornello compiaciuto di chi passa da un ambulatorio a una farmacia, da un centro di autoaiuto a un night, o come diavolo si chiamano i lupanari contemporanei. “Preferisco rivederti quando starai meglio” risponde lei ai suoi sms imploranti, ed è difficile da elogiare ma anche da biasimare. Rivolta ha nel cognome un vago desiderio di uscire fuori dalla gabbia esistenziale in cui si ritrova ma non fa molto per segarne le sbarre e continua a rotolarsi in “una pozzanghera di autocommiserazione”, fra la Città Grande che si intuisce essere Milano, la Città Piccola che potrebbe essere una qualsivoglia cittadina del Nord Italia, e il lago di Como (a pagina 125 ho riconosciuto Bellagio e il ristorante Mistral del Grand Hotel Villa Serbelloni, grazie al rombo assoluto, al vitello cotto a bassa temperatura con zabaione all’inulina, alla nuova meringa italiana, al gelato all’azoto liquido, insomma alla cucina molecolare dello chef Ettore Bocchia). Non se la passano poi così male questi depressi, verrebbe voglia di fare come loro. “Sono talmente pieno di Xanax che mi sembra di stare in un barile di cotone”. E chi non vorrebbe vivere nella bambagia? Le benzodiapine aiutano a dimenticare la crisi, il lavoro che c’è o non c’è, le bollette che invece ci sono di sicuro, le tasse da pagare, le donne da implorare…

Forse davvero ha ragione Paolo Bianchi col suo titolo antipatico, forse questi depressi sono più intelligenti degli altri, hanno astutamente alzato bandiera bianca e che gli altri si arrangino, anzi, che gli altri combattano al posto loro. Come gli imboscati e i riformati durante le guerre mondiali: mentre i malaticci bevevano brodini nelle retrovie, i sani si buscavano pallottole in prima linea. Per ogni variante del male di vivere c’è una pillola o una goccia e se lo Xanax non fa più effetto abbondano le alternative: Seroquel, Zarelis, Halcion, Modalina, Seropram, Tavor, Paroxetina, Lyrica, Sycrest, Imovane, Stilnox, Lamictal… Per il lettore del romanzo le alternative sono invece soltanto due: o fare di Emilio Rivolta un modello da imitare o andarlo a cercare per dargli due sberle e la sveglia.

Una gnocca al giorno toglie Freud di torno

La recensione di Giordano Tedoldi per Libero

Se si scrive un romanzo in cui il protagonista soffre di disturbi psichici, in particolare dell’incursione nel quotidiano di episodi depressivi che lo sopraffanno, gli accostamenti letterari a Giuseppe Berto, a Ottiero Ottieri e anche al Tiziano Sclavi romanziere (un nome che non sfigura affatto con i due precedenti) sono inevitabili. Paolo Bianchi, firma delle pagine culturali di Libero, nel suo L’intelligenza è un disturbo mentale (Cairo, pp. 180, euro 13), cita di passaggio proprio Ottieri. La scena è di quelle più memorabili dopo la lettura: gli incontri, immancabilmente deludenti, di Emilio Rivolta, il protagonista, con uno degli psicoanalisti da cui cercherà un po’ di sollievo, e se non la guarigione, in cui non crede, una cura. È lo studio del dottor Scheggia: «Lui dietro la scrivania che era una cattedra di scuola, io davanti su una poltroncina. Intorno pareti incombenti di libri, libri di filosofia, soprattutto, io di solito guardavo alla mia sinistra dove c’era la finestra, e i miei occhi incontravano un libro di Ottiero Ottieri, intitolato De morte. Un’altra volta ho notato due libri che non mi piacevano, uno di Moravia e uno di Galimberti. Gliel’ho detto, lui mi ha guardato dietro gli occhiali con lamontatura spessa. “Neanche a me piacciono molto”».

Il romanzo di Bianchi, che ha una trama, e può essere rapidamente riassunta nella storia di un giornalista freelance,con forti rimpianti per quanto non ha potuto fare, dalla sua adolescenza in avanti, e annessi sensi di colpa, nonostante il trasferimento dalla Città Piccola, in cui è nato, allaCittà Grande, in cui ha trovato una professione, e di come questo “vinto”, si scopra in realtà un “Segnato”, e di come questa scoperta riesca però a fare di lui tutt’altro che un individuo massificato, imbelle, inerme com’egli teme di essere, non è però la cosa più interessante del libro, che di bellezze ne ha molte. Il romanzo parte piano, sembra che Bianchi stia rimuginando un inizio, ma è dalle nebbie di questa confusione mentale che persiste per alcune facciate,come quella del “poeta” della canzone di Bruno Lauzi, che emerge una lucidità implacabile nelle pagine successive, in cui Emilio, il narratore, diventa una delle voci psicopatologiche più esperte, scaltre e affidabili,davvero degne dei mirabili affabulatori di Berto o Ottieri. Così giustamente l’editore,nelle descrizioni editoriali, parla dei rapporti di Emilio con le entraîneuses dei locali che è solito frequentare fino alle luci dell’alba, e dalle quali trae molto più giovamento, quanto a terapia della parola – gli incontri sessuali sono rari ed esitano in una prestazione cui ben corrisponderebbe un calcistico s.v.: senza voto – che non i lettini freudiani o le poltroncine junghiane, ma se il messaggio è quello,di non pochi discepoli eretici di Freud, come Groddecke Ferenczi, che l’amore, anche carnale, e sia pure meretricio, è più curativo delle sedute verbali psicoanalitiche; e che a ogni modo meglio è seguire una concreta terapia farmacologica rispetto all’ambiguo affidarsi ai dottor Scheggia che poi se ne vanno in vacanza con la segretaria e, raggiunti telefonicamente durante una crisi, raccomandano di bere, mangiare cibi freschi, magari gelati, e riposare, possiamo dire che Bianchi, appunto,non è il primo a proporcelo.

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Ma la descrizione di quelle sale d’attesa, di quegli studi e, soprattutto, di quelle facce, che sono costitutive di tutto il mito della psicoanalisi, questo sì, è un inedito in letteratura: «Io pensavo a quelle barbe, quelle barbe che nascondono le facce, che circondano quelle bocche che non parlano mai, non si sbilanciano mai.Non è che avere a che fare con una maschera renda più facile prender confidenza, e poi anche il dottor Tarchetti ce l’aveva avuta la sua, ben curata, corrispondeva al suo carattere accomodante, perché non era un medico. Ma io non smettevo di pensare che ce l’avesse solo perché l’aveva avuta Freud.La barba del dottor Scheggia era più selvaggia per quanto selvaggia in modo ben allestito». Uno scorcio fisiognomico perfetto: la barba per lo psicoanalista è come quegli scrittori che se ne vanno in giro con la biro ben visibile nel taschino, non siamai che li si scambi per camionisti. L’intonazione di Emilio, solitamente indulgente, si fa a tratti sarcastica: «Hanno la barba perché Freud aveva la barba e Jung aveva i baffi perché aveva litigato con Freud. Lacan invece aveva la faccia sgombra, per questo era più innovativo e il suo nome si pronunciava “Lacòn” con la o nasalizzata. Chi lo pronunciava bene, l’aveva capito bene, ma questa è una cosa che in analisi non ho mai detto, ci sono tante cose che in analisi non ho mai detto nonostante gli anni, ecco perché sono qui a dirla adesso».

Poi sì, c’è ilplot, di comeEmilio condivida le sue esperienze in una terapia di gruppo, e di come si imbarchi, assieme con una sua ex compagna di scuola ritrovata, nel salvataggio di uno dei suoi compagni “picchiatelli”. Ma la novità e la bellezza del romanzo sta nello scoprire l’umanità profonda della depressione, la potenza della sua solidarietà, e la capacità di proiettare in mondi alieni, lunari – bellissima la visione del locale notturno immerso nei campi fuori dalla città, e il passaggio rituale davanti alla “cattedrale”, cioè la raffineria – le virtù animiche di questi Segnati.

L’intelligenza dei depressi

La recensione de L’intelligenza è un disturbo mentale di Gilberto Corbellini su Il Sole 24 Ore

Che cosa hanno in comune personalità tanto famose quanto diverse come Hans Christian Andersen, Isaac Asimov, Ingmar Bergman, Winston Churchill, Joseph Conrad, Charles Darwin, Johnny Depp, Charles Dickens, Bob Dylan, Eminem, William Faulkner, Harrison Ford, Friedrich von Hayek, Stephen King, Hugh Laurie, John Lennon, Abraham Lincoln, Gustav Mahler, Henri Matisse, Herman Melville, Michelangelo Buonarroti, Wolfgang Amadeus Mozart, Isaac Newton, Brad Pitt, Edgard Allan Poe, Janet K. Rowling, Robert Schumann, Mark Twain, Walt Whitman, Robin Williams? Sono un’esigua minoranza di individui molto famosi per qualche forma di creatività, che hanno anche sofferto o soffrono di depressione grave. Dei rapporti tra malattie mentali, e in particolare depressione, e creatività o intelligenza, si discute da millenni. Molti hanno pensato, come Paolo Bianchi, che «il male di vivere è solo una maledetta forma di intelligenza».
Il romanzo di Bianchi sulla depressione è intelligente. La storia del protagonista fa capire senza compiacimenti né vittimismi in cosa consiste l’esperienza di stare, senza scegliere quando, dentro e fuori un baratro di dolore psicologico senza fine. Un inferno in cui da un momento all’altro si può essere gettati da inattese, progressive, incontrollabili e intollerabili folate di ansia, e da cui si esce altrettanto inaspettatamente, quasi senza memoria di quel dolore. La vita di chi è depresso, come Emilio Raviola, è scandita da frequentazioni indotte o completamente condizionate dalla malattia. Nella malattia di Emilio si leggono in filigrana le radici genetiche e gli apporti ambientali della famiglia, ma anche scolastici. Essa lo costringe a selezionare e filtrare rapidamente le relazioni amorose, amicali e familiari sulla base della capacità delle persone di accettare che si possa stare malissimo e a rischio di morire per autolesionismo, senza alcuna lesione fisica. I conoscenti si dividono presto fra chi dice «tirati su, forza, fai qualcosa; reagisci!»: di solito poco intelligenti e da tenere alla larga. E chi sa o cerca di capire quello che provi, ti ascolta o ti distoglie dai piani autodistruttivi: individui purtroppo rarissimi. Emilio deve reinventarsi un punto di vista sul mondo, compatibile col fatto che la malattia depressiva ti apre uno squarcio sulla verità delle cose, sull’illusione della volontà, della libertà, del senso dell’esistenza, dell’amore, etc. Non tutti ci riescono, e non pochi preferiscono farla finita. Il romanzo di Bianchi tratteggia il profilo dei terapeuti professionali, i quali fingono di sapere (è il loro autoinganno), quali effetti otterranno somministrando diverse combinazioni di farmaci. In realtà ne hanno un’idea piuttosto vaga. Si tratta di inventarsi dei cocktail tarati sui singoli pazienti, che vogliono giustamente negoziare i pesanti effetti collaterali di questi farmaci.

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La prima prova di intelligenza è capire che la terapia della parola, la psicoterapia, è una rapina e un evitabile calvario. Emilio, come molti che soffrono di depressione, ha una formidabile padronanza empirica della farmacologia, a riprova che nel volgere di qualche anno chi è malato sa meglio del medico, cosa gli serve. A tratti il libro di Bianchi ricorda la lucida e sarcastica ironia di uno dei testi in assoluto più belli sulla depressione: The depressed person, dello scrittore suicida David Foster Wallace (Harper Magazine, gennaio 1998). Tra Xanax, ospedalizzazioni, settimane trascorse a letto, SSRI, prostitute comprensive, etc. Emilio trova infine sollievo incontrando con regolarità un gruppo di autoaiuto. Il romanzo, pubblicato in collaborazione con Progetto Itaca che promuovere il supporto sociale per le persone con disturbo mentale, non propone il ricorso al gruppo di supporto come soluzione.
Ogni caso di malattia mentale è una storia a sé e l’intelligenza aiuta a scegliere quello che funziona. I gruppi di autoaiuto sono come i farmaci, vanno bene per chi risponde, e le statistiche raccontano che circa il 17% soltanto entra in un gruppo di supporto tra tutti coloro ai quali è stato consigliato, e di questi solo un terzo vi rimane più di quattro mesi. Quanto c’è di vero nell’affermazione che anche Paolo Bianchi sembra condividere, cioè che l’intelligenza è una malattia mentale? Il tema è antico. Per Aristotele «tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia, nella poesia, nell’arte e nella politica, inclusi Socrate e Platone, avevano un habitus malinconico; di fatto alcuni soffrivano anche di malattia malinconica». Non è scontato che la malinconia dei medici antichi coincidesse con la nostra depressione clinica, come non è detto che la depressione unipolare sia un’entità clinica separata dal disturbo bipolare. Nell’età tardo antica e soprattutto nel Medioevo la malinconia assunse però connotati solo negativi, com’era inevitabile per una religione come quella cristiana che esigeva una rinuncia entusiastica ai piaceri della vita. L’accidia diventa, infatti, un peccato capitale. Nel Medioevo Saturno diventava però il simbolo astrologico dell’ambivalenza intellettuale e della vita artistica, associandosi alla malinconia, preparando il Rinascimento, dove l’umore depresso sarà sinonimo di genialità intellettuale. Marsilio Ficino, nella seconda metà del XVI secolo, pensava che una mente tormentata avesse più valore: chi sa non può che essere insoddisfatto, e l’insoddisfazione provoca malinconia. Mentre nel Sud Europa la malinconia si associava alla genialità ed era un prerequisito per l’inspirazione intellettuale, nel Nord si associava alla stregoneria. Ma di lì a qualche secolo sarebbe arrivata la psichiatria. Il tema della malinconia nutriva anche il romanticismo inglese e tedesco, e la filosofia dell’Ottocento. Kant declamava la nobiltà della malinconia, scrivendo che «la virtù genuina basata sui principi ha qualcosa che armonizza molto con la struttura malinconica della mente». Il sublime è sempre accompagnato da “terrore e malinconia”.
Meno positive le pagine di William James che soffriva di gravi episodi depressivi, e leggeva questa condizione come una dimensione emotiva del disincanto sentimentale prodotto dalla diffusione dalla scienza. «Come può lo scienziato, allora, pretendere – scriveva– di avere più ragione di altri uomini, affetto com’è dal pantano emozionale umano. Così pensa il nostro uomo malinconico, nelle sue ore più buie». Da quasi un secolo, il problema dei rapporti tra malattia mentale e creatività è studiato empiricamente. I risultati mostrano che tra le persone più creative è più probabile trovare anche disturbi mentali e che tra le persone con disturbi mentali è più probabile trovare individui creativi. Da qui a dar ragione a chi irresponsabilmente elogia la depressione, ce ne passa. Anche perché nessuno se la sceglie, come nessuno può scegliere di nascere intelligente. È semplicemente l’ennesima prova che il corso evolutivo della vita sulla terra sviluppa le sue strategie senza curarsi del benessere umano, ingannandoci con ridicole idee sul senso e il significato della sofferenza.

Calcio e depressione: il tabù che inizia a crollare

Una ricerca inglese rivela che un giocatore su tre soffre di depressione, disturbi del sonno e abuso di alcol. E i calciatori iniziano a rompere il silenzio. Come ha fatto Mattia De Sciglio prima dell’inizio dell’Europeo, seguendo l’esempio di Gianluigi Buffon

«Ho ritrovato la felicità e la gioia di vivere fuori dal campo e così sono tornato a dare il meglio anche in partita. Non era una vera depressione, ma conosco la storia di Buffon, so che quel rischio esiste». Parola di Mattia De Sciglio, promessa del Milan e della Nazionale. Che proprio poco prima dell’inizio dell’Europeo ha parlato a viso aperto dei problemi che ha dovuto affrontare. Anche grazie a Gianluigi Buffon, che è stato fra i primi calciatori a rompere il tabù e a rivelare ai tifosi la sua depressione, iniziata nel 2003. Una prova di come parlare di disturbi mentali possa spingere anche altri a chiedere aiuto.

Gianluigi Buffon, capitano della Nazionale.

Gianluigi Buffon, capitano della Nazionale.

«Non ho mai capito perché proprio allora, perché non prima, perché non dopo» ha detto Buffon in un’intervista a La Stampa.  «Non ero soddisfatto della mia vita e del calcio, cioè del mio lavoro. Mi tremavano le gambe all’improvviso». Per superare la malattia, il campione ha dovuto accettare di chiedere aiuto: «Pensavo che gli psicologi fossero figure che rubassero, tra virgolette ovviamente, soldi agli insicuri. Invece sono persone che servono, perché se ne trovi uno bravo e capace, trovi una figura con la quale non hai paura a confrontarti. Parli di tutto, ti apri, senza il minimo timore: e farlo non è mai facile». Una confessione che il portiere ha sentito di dover fare pur sapendo che avrebbe potuto marchiarlo a vita. «Finisce che, a volte, diventi schiavo della tua figura, di quello che sei. Se Buffon dice: “Vado due mesi via, a curarmi la depressione”, è finita. Dopo, ogni volta che sbagli, una parata per esempio, ci sarà sempre il richiamo di questa cosa. Allora non ti puoi permettere di andare via tre mesi per curarti».

Alcol, droghe e pensieri suicidi: i campioni rimasti vittime della depressione

Buffon non è stato il solo a parlare delle sue difficoltà. Anche se spesso le confessioni sono arrivata solo dopo il ritiro. Come nel caso di Roberto Pruzzo, ex campione della Roma degli anni Ottanta, che nell’autobiografia Bomber ha parlato dei suoi pensieri suicidi: «Ogni tanto penso che sia giunto il momento di togliermi dai co…, un po’ perché sono stanco, un po’ perché ho voglia di non rompere più le palle a nessuno. Ma poi accadono quelle cose che ti fanno pensare che è più forte lo spirito di sopravvivenza».

Ed è difficile dimenticare la parabola discendete di  Adriano, detto L’Imperatore nei giorni di gloria all’Inter, la cui carriera è stata stroncata dall’alcolismo provocato dalla morte del padre. «Ho cominciato a bere, ero solo felice di bere. C’erano feste ogni sera. E bevevo tutto quello che avevo davanti: vino, whisky, vodka, birra … un sacco di birra. La situazione è andata fuori controllo. Potevo solo dormire e bere. Mi svegliavo e non avevo idea di dove mi trovavo». Un percorso simile a quello di Andy Van Der Meyde («Non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Mi trovai dipendente. Le pillole erano decisamente pesanti, di quelle da prendere con la prescrizione del medico. Quindi le rubavo dall’ufficio del medico del club senza farmi vedere. Per più di due anni»), Matias Almeyda («All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e mi ha prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici») e Andreas Iniesta («Ho avuto una serie di problemi personali, oltre ad alcuni di natura fisica: soffrivo di una leggera depressione, mi sentivo fragile»).

Adriano ai tempi dell'Inter.

Adriano ai tempi dell’Inter.

Ma i casi che hanno colpito di più i tifosi, e non solo, sono stati quelli dell’allenatore del Galles Gary Speed e del portiere della Nazionale tedesca Robert Enke, entrambi morti suicidi. Mentre è riuscito a salvarsi, dopo molte operazioni e mesi in ospedale, l’ex juventino Gianluca Pessotto, che nel 2006 si è buttato dal tetto della sede della sua squadra.

Disturbi mentali fra i professionisti: un allarme reale

Che il problema non sia da sottovalutare lo dimostra anche uno studio di FifPro, il più importante sindacato di settore, che ha realizzato uno studio fra i professionisti di Belgio, Cile, Finlandia, Francia, Giappone, Norvegia, Paraguay, Perù, Spagna, Svezia e Svizzera. In totale, hanno partecipato alla ricerca 826 giocatori, di cui 219 “in pensione”: circa uno su tre ha detto di aver sofferto di sintomi della depressione, disturbi del sonno o abuso di alcol.

Lo studio di FitPro: i numeri in dettaglio (www.corriere.it)

Lo studio di FitPro: i numeri in dettaglio (via www.corriere.it)

Un campanello di allarme che la Federazione inglese sta affrontando con un cambio di mentalità. Nel 2011, dopo la morte di Speed, ha distribuito un manuale illustrato di 36 pagine (realizzato in collaborazione con il disegnatore Paul Trevillion) per aiutare i calciatori a riconoscere i sintomi della depressione. E un anno dopo ha aperto un telefono amico gestito da psicologi ed ex calciatori per aiutare chi è alla ricerca di aiuto.

 

 

Sguardi. I senza voce nella mostra di Margherita Lazzati

Arianna, Margherita Lazzati

Arianna, Margherita Lazzati

Apre il 20 giugno a Milano, lungo via Dante, la mostra Sguardi della fotografa Margherita Lazzati, che attraverso l’obiettivo racconta la vita e la storia degli ospiti della Fondazione Sacra Famiglia, persone affette da disabilità o da malattie psichiche. Il progetto segue altri che l’autrice ha dedicato sempre agli invisibili: dalla serie sul carcere di Opera a quella sui senza tetto.

La parola al critico

Ernesto, Margherita Lazzati

Ernesto, Margherita Lazzati

“Sembra forzato dire che è con lo stesso spirito che l’autrice varca la soglia di una città sconosciuta ai più, così come aveva varcato la soglia del carcere di Opera, così come era andata oltre quel muro invisibile che separava a Milano una popolazione nascosta nelle stazioni, nei sottopassaggi, ai margini delle strade e degli sguardi” spiega Adriano Mei Gentilucci, fondatore della galleria d’arte L’Affiche. “Così nasce un’infinita serie di ritratti scattati alla Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone”. “Quante storie di vita dietro quei volti. Mi sono permesso di formulare perfino congetture estreme per indicare quanto poco o niente sappiamo di loro, visibilissimi e non visti: questo vuol dire invisibili. Tuttavia, quante richieste inevase in quegli sguardi. Da loro, distogliamo il nostro e, magari, non per cattiveria, ma forse perché ci sentiamo inadeguati a risolvere il problema. Non è certo un percorso fotografico che può risolvere questi problemi, ma li mette sotto gli occhi – e la Lazzati lo fa in modo semplice e pulito –; ed ha questo di singolare: tramite il medium della bellezza ci obbliga a guardare quel che abitualmente ci sfugge”.

L’autrice

Mario, Margherita Lazzati

Mario, Margherita Lazzati

Nata a Milano nel 1953, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2008 ha iniziato a raccogliere il proprio lavoro suddividendolo per tematiche, presentate poi in mostre e successive pubblicazioni. Negli ultimi anni si è specializzata nel racconto delle marginalità e delle storie dei senza voce.