Tutti matti per il riso: Progetto Itaca cerca volontari

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L’8 e il 9 ottobre torna in tutta Italia la campagna di raccolta fondi Tutti matti per il riso. Per dare una mano e scendere in campo in prima persona contro le malattie mentali, per un giorno si può diventare volontari di Progetto Itaca.

In totale, saranno 70 le piazze coinvolte in 15 città: Asti, Catanzaro, Como, Firenze, Genova, Lecce, Lecco, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Roma, Torino e Verona. I volontari dovranno offrire, in cambio di una piccola donazione, un sacchetto di riso Carnaroli. I fondi saranno usati per sostenere le attività delle sedi locali dell’associazione, che ha come obiettivo non solo aiutare le persone che soffrono di disturbi mentali e i loro familiari, ma anche combattere lo stigma sociale che accompagna queste patologie. Per arrivare preparati, a settembre verrà organizzata una giornata di formazione per tutti i volontari.

Nella Grande Città la tenaglia della sofferenza

La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale su La Stampa di Piersandro Pallavicini

Paolo Bianchi è uno scrittore e giornalista con una decina di libri alle spalle e continue collaborazioni con le pagine culturali d i quotidiani e riviste. Chi lo segue sa che ha una ammirevole repulsione per il conformismo e i luoghi comuni. Tra i luoghi comuni più frequentati della nostra editoria c’è il dolorismo, cioè l’uso consapevole (e cinico?) della disgrazia, dell’emarginazione, della malattia, a fini narrativi. Ebbene, ne L’Intelligenza èun disturbo mentale Paolo Bianchi mette in gioco sé stesso, perché molte delle storie raccontate lo riguardano e sono vere, e in particolare quella parte di sé stesso che ha a che fare con la depressione, il bipolarismo, la sofferenza della psiche. Allora parlare di sé e in più farlo senza usare la malattia come calamita per la pietà, insomma affrontarla senza cadute nei luoghi comuni dell’autocommiserazione o dello scandalo per chissà quale colpa del mondo, è un esercizio rischioso e difficile. Ma Bianchi ci riesce benissimo, grazie al tono. Che è quello della nonchalance (non dell’understatement), che permette all’autore di dire tutto senza sottolineature e corsivi, con frequenti surplace che spiazzano il lettore e lo lasciano pieno di sorpresa davanti alloscattoverso l’imprevedibile.

Il protagonista è Emilio Rivolta, che troviamo poco oltre i cinquant’anni, in una Città Grande in cui è facile riconoscere Milano. Meno chiara invece l’ubicazione della Città Piccola dove Rivolta è nato e cresciuto fino agli anni dell’università: una città della provincia del nord Italia, come tante ce ne sono. Nella Città Grande Rivolta fa il giornalista, deve scrivere recensioni di libri, intervistare scrittori, lavorare per un grande quotidiano. Ma spesso non ce la fa nemmeno ad alzarsi. Va a periodi, e i periodi in cui è stretto dalla Tenaglia (l’immagine è perfetta: lui incapace di muoversi, in grado solo di agitarsi debolmente mentre patisce il dolore inflitto dalla stretta) arrivano imprevedibili, preannunciati da un sogno, da un cambio d’umore, o anche solo dal colore del cielo che assume un tono più intenso, doloroso per gli occhi, insostenibile.

psichiatria

 

In questa vita difficile piena di giorni non spesi, gli appigli sono il gruppo di AutoAiuto- una manciata di «picchiatelli», come li chiama Emilio – dove sotto la guida di un paio di volontarie si parla di sé tra pari dentro una zona di sicurezza dello spirito; poi la chimica, cioè le sedute nella ‘stanza degli aghi’ dove i pazienti con la flebo in vena ricevono farmaci che ne placano l’ansia, ne attutiscono la depressione, ne assestano l’umore; infine la compagnia a pagamento, in due luoghi – l’Angelo Azzurro in città e un’ineffabile locale sperso in provincia – dove Emilio trova non tanto sesso quanto una sospensione dall’angoscia dei rapporti: luoghi dove tutto è ch iaro, certo, dove pagando ottieni l’esatta quantità di attenzione, calore, affetto che ti aspetti.

Che cosa l’ha ridotto così? Ci sono state cause scatenanti, esperienze primarie? Anni di psicanalisi si sono rivelati inutili, anzi snervanti e dannosi, ma Rivolta ci prova da sé, ricorda quelli che da bambino e da ragazzo sono stati episodi di amore negato, di sottomissione subita, di amicizia tradita.

L’intelligenza è un disturbo mentale perché di questi episodi sa espungere il significato di inevitabile condanna all’infelicità e perché non ne permette la cancellazione del ricordo. Questo romanzo è una lettura intensissima, ma non si piange mai. Si affronta il dolore, se ne subisce l’impatto, lo si comprende e se ne tasta la grana, ma non ci si commuove, che è tutt’altra cosa. Si capisce anche che se ci si sente così – e succede purtroppo a molti – una via d’uscita però c’è: chimica e gruppi di sostegno. nel romanzo e nella vita reale. Per  esempio con il Progetto Itaca, cui Bianchi donerà i proventi del libro, una onlus che ascolta, consiglia e aiuta chi è incagliato nelle secche della malattia mentale.

Crogiolarsi nel dolore è il “peccato” più grave

Schermata 2016-06-24 alle 16.55.45La recensione di L’intelligenza è un disturbo mentale di Camillo Lagnone per Il Giornale

L’impatto con l’ultimo romanzo di Paolo Bianchi, edito da Cairo, non è dei più felici per uno come me a cui le malattie e le descrizioni delle malattie, di qualsivoglia natura esse siano, ripugnano, eppure qualcosa mi obbliga a proseguire la lettura, la potrei definire una sgradevolezza avvolgente che pagina dopo pagina induce dipendenza e mi fa tornare in mente il primo contatto con Franco Arminio e Michel Houellebecq, altri due cantori del disagio irresistibile, della sociopatia attraente.

Mi piacerebbe molto definire Bianchi il nostro Houellebecq, farebbe gioco a lui e a questo articolo ma sarebbe una forzatura se non proprio una sparata. Per ogni somiglianza ci sono almeno tre differenze e la principale riguarda l’immigrazione: per lo scrittore italiano non rappresenta un problema e anzi per il suo protagonista, Emilio Rivolta, giornalista quarantacinquenne allo sbando professionale e sentimentale, rappresenta una risorsa. Beninteso non si tratta degli africani maschi che continuano a sbarcare in Sicilia per bighellonare a carico del povero contribuente, bensì delle femmine esteuropee e sudamericane che arrivano in Italia per esercitare un mestiere, molto antico. “Era rumena, l’avrei giurato, erano o rumene o brasiliane (quelle negre) e qualcuna era russa, ma poche”: questa è la composizione etnica dei locali loschi ma non troppo, illegali ma non troppo, nei quali si svolge buona parte del romanzo. Le italiane sono ancora meno delle russe e pertanto bisogna ammettere che almeno in questo caso, almeno in questo comparto, gli stranieri non rubano il lavoro ai nativi ma viceversa colmano un vuoto, soddisfano una domanda: la puttana è un lavoro che le italiane non vogliono più fare. A dar retta a Rivolta, forse però non molto affidabile in quanto molto imbranato, inetto alla maniera dei personaggi di Svevo, le italiane non vogliono più fare nemmeno le amanti. Perciò vengono definite “vagine lignee” e qui devo ancora una volta evocare Houellebecq che in Lanzarote scrive qualcosa di simile: le italiane, al contrario delle spagnole, sarebbero “talmente convinte della propria bellezza da diventare inscopabili”. Rivolta ricorda l’ex fidanzata, donna insensibile o forse semplicemente stufa di un uomo inconcludente, egoista come sono spesso egoisti i malati, specie se di questo tipo. “Sono un malato. Sono un malvagio. Sono un uomo odioso” è il ritornello compiaciuto di chi passa da un ambulatorio a una farmacia, da un centro di autoaiuto a un night, o come diavolo si chiamano i lupanari contemporanei. “Preferisco rivederti quando starai meglio” risponde lei ai suoi sms imploranti, ed è difficile da elogiare ma anche da biasimare. Rivolta ha nel cognome un vago desiderio di uscire fuori dalla gabbia esistenziale in cui si ritrova ma non fa molto per segarne le sbarre e continua a rotolarsi in “una pozzanghera di autocommiserazione”, fra la Città Grande che si intuisce essere Milano, la Città Piccola che potrebbe essere una qualsivoglia cittadina del Nord Italia, e il lago di Como (a pagina 125 ho riconosciuto Bellagio e il ristorante Mistral del Grand Hotel Villa Serbelloni, grazie al rombo assoluto, al vitello cotto a bassa temperatura con zabaione all’inulina, alla nuova meringa italiana, al gelato all’azoto liquido, insomma alla cucina molecolare dello chef Ettore Bocchia). Non se la passano poi così male questi depressi, verrebbe voglia di fare come loro. “Sono talmente pieno di Xanax che mi sembra di stare in un barile di cotone”. E chi non vorrebbe vivere nella bambagia? Le benzodiapine aiutano a dimenticare la crisi, il lavoro che c’è o non c’è, le bollette che invece ci sono di sicuro, le tasse da pagare, le donne da implorare…

Forse davvero ha ragione Paolo Bianchi col suo titolo antipatico, forse questi depressi sono più intelligenti degli altri, hanno astutamente alzato bandiera bianca e che gli altri si arrangino, anzi, che gli altri combattano al posto loro. Come gli imboscati e i riformati durante le guerre mondiali: mentre i malaticci bevevano brodini nelle retrovie, i sani si buscavano pallottole in prima linea. Per ogni variante del male di vivere c’è una pillola o una goccia e se lo Xanax non fa più effetto abbondano le alternative: Seroquel, Zarelis, Halcion, Modalina, Seropram, Tavor, Paroxetina, Lyrica, Sycrest, Imovane, Stilnox, Lamictal… Per il lettore del romanzo le alternative sono invece soltanto due: o fare di Emilio Rivolta un modello da imitare o andarlo a cercare per dargli due sberle e la sveglia.

Una gnocca al giorno toglie Freud di torno

La recensione di Giordano Tedoldi per Libero

Se si scrive un romanzo in cui il protagonista soffre di disturbi psichici, in particolare dell’incursione nel quotidiano di episodi depressivi che lo sopraffanno, gli accostamenti letterari a Giuseppe Berto, a Ottiero Ottieri e anche al Tiziano Sclavi romanziere (un nome che non sfigura affatto con i due precedenti) sono inevitabili. Paolo Bianchi, firma delle pagine culturali di Libero, nel suo L’intelligenza è un disturbo mentale (Cairo, pp. 180, euro 13), cita di passaggio proprio Ottieri. La scena è di quelle più memorabili dopo la lettura: gli incontri, immancabilmente deludenti, di Emilio Rivolta, il protagonista, con uno degli psicoanalisti da cui cercherà un po’ di sollievo, e se non la guarigione, in cui non crede, una cura. È lo studio del dottor Scheggia: «Lui dietro la scrivania che era una cattedra di scuola, io davanti su una poltroncina. Intorno pareti incombenti di libri, libri di filosofia, soprattutto, io di solito guardavo alla mia sinistra dove c’era la finestra, e i miei occhi incontravano un libro di Ottiero Ottieri, intitolato De morte. Un’altra volta ho notato due libri che non mi piacevano, uno di Moravia e uno di Galimberti. Gliel’ho detto, lui mi ha guardato dietro gli occhiali con lamontatura spessa. “Neanche a me piacciono molto”».

Il romanzo di Bianchi, che ha una trama, e può essere rapidamente riassunta nella storia di un giornalista freelance,con forti rimpianti per quanto non ha potuto fare, dalla sua adolescenza in avanti, e annessi sensi di colpa, nonostante il trasferimento dalla Città Piccola, in cui è nato, allaCittà Grande, in cui ha trovato una professione, e di come questo “vinto”, si scopra in realtà un “Segnato”, e di come questa scoperta riesca però a fare di lui tutt’altro che un individuo massificato, imbelle, inerme com’egli teme di essere, non è però la cosa più interessante del libro, che di bellezze ne ha molte. Il romanzo parte piano, sembra che Bianchi stia rimuginando un inizio, ma è dalle nebbie di questa confusione mentale che persiste per alcune facciate,come quella del “poeta” della canzone di Bruno Lauzi, che emerge una lucidità implacabile nelle pagine successive, in cui Emilio, il narratore, diventa una delle voci psicopatologiche più esperte, scaltre e affidabili,davvero degne dei mirabili affabulatori di Berto o Ottieri. Così giustamente l’editore,nelle descrizioni editoriali, parla dei rapporti di Emilio con le entraîneuses dei locali che è solito frequentare fino alle luci dell’alba, e dalle quali trae molto più giovamento, quanto a terapia della parola – gli incontri sessuali sono rari ed esitano in una prestazione cui ben corrisponderebbe un calcistico s.v.: senza voto – che non i lettini freudiani o le poltroncine junghiane, ma se il messaggio è quello,di non pochi discepoli eretici di Freud, come Groddecke Ferenczi, che l’amore, anche carnale, e sia pure meretricio, è più curativo delle sedute verbali psicoanalitiche; e che a ogni modo meglio è seguire una concreta terapia farmacologica rispetto all’ambiguo affidarsi ai dottor Scheggia che poi se ne vanno in vacanza con la segretaria e, raggiunti telefonicamente durante una crisi, raccomandano di bere, mangiare cibi freschi, magari gelati, e riposare, possiamo dire che Bianchi, appunto,non è il primo a proporcelo.

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Ma la descrizione di quelle sale d’attesa, di quegli studi e, soprattutto, di quelle facce, che sono costitutive di tutto il mito della psicoanalisi, questo sì, è un inedito in letteratura: «Io pensavo a quelle barbe, quelle barbe che nascondono le facce, che circondano quelle bocche che non parlano mai, non si sbilanciano mai.Non è che avere a che fare con una maschera renda più facile prender confidenza, e poi anche il dottor Tarchetti ce l’aveva avuta la sua, ben curata, corrispondeva al suo carattere accomodante, perché non era un medico. Ma io non smettevo di pensare che ce l’avesse solo perché l’aveva avuta Freud.La barba del dottor Scheggia era più selvaggia per quanto selvaggia in modo ben allestito». Uno scorcio fisiognomico perfetto: la barba per lo psicoanalista è come quegli scrittori che se ne vanno in giro con la biro ben visibile nel taschino, non siamai che li si scambi per camionisti. L’intonazione di Emilio, solitamente indulgente, si fa a tratti sarcastica: «Hanno la barba perché Freud aveva la barba e Jung aveva i baffi perché aveva litigato con Freud. Lacan invece aveva la faccia sgombra, per questo era più innovativo e il suo nome si pronunciava “Lacòn” con la o nasalizzata. Chi lo pronunciava bene, l’aveva capito bene, ma questa è una cosa che in analisi non ho mai detto, ci sono tante cose che in analisi non ho mai detto nonostante gli anni, ecco perché sono qui a dirla adesso».

Poi sì, c’è ilplot, di comeEmilio condivida le sue esperienze in una terapia di gruppo, e di come si imbarchi, assieme con una sua ex compagna di scuola ritrovata, nel salvataggio di uno dei suoi compagni “picchiatelli”. Ma la novità e la bellezza del romanzo sta nello scoprire l’umanità profonda della depressione, la potenza della sua solidarietà, e la capacità di proiettare in mondi alieni, lunari – bellissima la visione del locale notturno immerso nei campi fuori dalla città, e il passaggio rituale davanti alla “cattedrale”, cioè la raffineria – le virtù animiche di questi Segnati.

L’intelligenza dei depressi

La recensione de L’intelligenza è un disturbo mentale di Gilberto Corbellini su Il Sole 24 Ore

Che cosa hanno in comune personalità tanto famose quanto diverse come Hans Christian Andersen, Isaac Asimov, Ingmar Bergman, Winston Churchill, Joseph Conrad, Charles Darwin, Johnny Depp, Charles Dickens, Bob Dylan, Eminem, William Faulkner, Harrison Ford, Friedrich von Hayek, Stephen King, Hugh Laurie, John Lennon, Abraham Lincoln, Gustav Mahler, Henri Matisse, Herman Melville, Michelangelo Buonarroti, Wolfgang Amadeus Mozart, Isaac Newton, Brad Pitt, Edgard Allan Poe, Janet K. Rowling, Robert Schumann, Mark Twain, Walt Whitman, Robin Williams? Sono un’esigua minoranza di individui molto famosi per qualche forma di creatività, che hanno anche sofferto o soffrono di depressione grave. Dei rapporti tra malattie mentali, e in particolare depressione, e creatività o intelligenza, si discute da millenni. Molti hanno pensato, come Paolo Bianchi, che «il male di vivere è solo una maledetta forma di intelligenza».
Il romanzo di Bianchi sulla depressione è intelligente. La storia del protagonista fa capire senza compiacimenti né vittimismi in cosa consiste l’esperienza di stare, senza scegliere quando, dentro e fuori un baratro di dolore psicologico senza fine. Un inferno in cui da un momento all’altro si può essere gettati da inattese, progressive, incontrollabili e intollerabili folate di ansia, e da cui si esce altrettanto inaspettatamente, quasi senza memoria di quel dolore. La vita di chi è depresso, come Emilio Raviola, è scandita da frequentazioni indotte o completamente condizionate dalla malattia. Nella malattia di Emilio si leggono in filigrana le radici genetiche e gli apporti ambientali della famiglia, ma anche scolastici. Essa lo costringe a selezionare e filtrare rapidamente le relazioni amorose, amicali e familiari sulla base della capacità delle persone di accettare che si possa stare malissimo e a rischio di morire per autolesionismo, senza alcuna lesione fisica. I conoscenti si dividono presto fra chi dice «tirati su, forza, fai qualcosa; reagisci!»: di solito poco intelligenti e da tenere alla larga. E chi sa o cerca di capire quello che provi, ti ascolta o ti distoglie dai piani autodistruttivi: individui purtroppo rarissimi. Emilio deve reinventarsi un punto di vista sul mondo, compatibile col fatto che la malattia depressiva ti apre uno squarcio sulla verità delle cose, sull’illusione della volontà, della libertà, del senso dell’esistenza, dell’amore, etc. Non tutti ci riescono, e non pochi preferiscono farla finita. Il romanzo di Bianchi tratteggia il profilo dei terapeuti professionali, i quali fingono di sapere (è il loro autoinganno), quali effetti otterranno somministrando diverse combinazioni di farmaci. In realtà ne hanno un’idea piuttosto vaga. Si tratta di inventarsi dei cocktail tarati sui singoli pazienti, che vogliono giustamente negoziare i pesanti effetti collaterali di questi farmaci.

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La prima prova di intelligenza è capire che la terapia della parola, la psicoterapia, è una rapina e un evitabile calvario. Emilio, come molti che soffrono di depressione, ha una formidabile padronanza empirica della farmacologia, a riprova che nel volgere di qualche anno chi è malato sa meglio del medico, cosa gli serve. A tratti il libro di Bianchi ricorda la lucida e sarcastica ironia di uno dei testi in assoluto più belli sulla depressione: The depressed person, dello scrittore suicida David Foster Wallace (Harper Magazine, gennaio 1998). Tra Xanax, ospedalizzazioni, settimane trascorse a letto, SSRI, prostitute comprensive, etc. Emilio trova infine sollievo incontrando con regolarità un gruppo di autoaiuto. Il romanzo, pubblicato in collaborazione con Progetto Itaca che promuovere il supporto sociale per le persone con disturbo mentale, non propone il ricorso al gruppo di supporto come soluzione.
Ogni caso di malattia mentale è una storia a sé e l’intelligenza aiuta a scegliere quello che funziona. I gruppi di autoaiuto sono come i farmaci, vanno bene per chi risponde, e le statistiche raccontano che circa il 17% soltanto entra in un gruppo di supporto tra tutti coloro ai quali è stato consigliato, e di questi solo un terzo vi rimane più di quattro mesi. Quanto c’è di vero nell’affermazione che anche Paolo Bianchi sembra condividere, cioè che l’intelligenza è una malattia mentale? Il tema è antico. Per Aristotele «tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia, nella poesia, nell’arte e nella politica, inclusi Socrate e Platone, avevano un habitus malinconico; di fatto alcuni soffrivano anche di malattia malinconica». Non è scontato che la malinconia dei medici antichi coincidesse con la nostra depressione clinica, come non è detto che la depressione unipolare sia un’entità clinica separata dal disturbo bipolare. Nell’età tardo antica e soprattutto nel Medioevo la malinconia assunse però connotati solo negativi, com’era inevitabile per una religione come quella cristiana che esigeva una rinuncia entusiastica ai piaceri della vita. L’accidia diventa, infatti, un peccato capitale. Nel Medioevo Saturno diventava però il simbolo astrologico dell’ambivalenza intellettuale e della vita artistica, associandosi alla malinconia, preparando il Rinascimento, dove l’umore depresso sarà sinonimo di genialità intellettuale. Marsilio Ficino, nella seconda metà del XVI secolo, pensava che una mente tormentata avesse più valore: chi sa non può che essere insoddisfatto, e l’insoddisfazione provoca malinconia. Mentre nel Sud Europa la malinconia si associava alla genialità ed era un prerequisito per l’inspirazione intellettuale, nel Nord si associava alla stregoneria. Ma di lì a qualche secolo sarebbe arrivata la psichiatria. Il tema della malinconia nutriva anche il romanticismo inglese e tedesco, e la filosofia dell’Ottocento. Kant declamava la nobiltà della malinconia, scrivendo che «la virtù genuina basata sui principi ha qualcosa che armonizza molto con la struttura malinconica della mente». Il sublime è sempre accompagnato da “terrore e malinconia”.
Meno positive le pagine di William James che soffriva di gravi episodi depressivi, e leggeva questa condizione come una dimensione emotiva del disincanto sentimentale prodotto dalla diffusione dalla scienza. «Come può lo scienziato, allora, pretendere – scriveva– di avere più ragione di altri uomini, affetto com’è dal pantano emozionale umano. Così pensa il nostro uomo malinconico, nelle sue ore più buie». Da quasi un secolo, il problema dei rapporti tra malattia mentale e creatività è studiato empiricamente. I risultati mostrano che tra le persone più creative è più probabile trovare anche disturbi mentali e che tra le persone con disturbi mentali è più probabile trovare individui creativi. Da qui a dar ragione a chi irresponsabilmente elogia la depressione, ce ne passa. Anche perché nessuno se la sceglie, come nessuno può scegliere di nascere intelligente. È semplicemente l’ennesima prova che il corso evolutivo della vita sulla terra sviluppa le sue strategie senza curarsi del benessere umano, ingannandoci con ridicole idee sul senso e il significato della sofferenza.

Calcio e depressione: il tabù che inizia a crollare

Una ricerca inglese rivela che un giocatore su tre soffre di depressione, disturbi del sonno e abuso di alcol. E i calciatori iniziano a rompere il silenzio. Come ha fatto Mattia De Sciglio prima dell’inizio dell’Europeo, seguendo l’esempio di Gianluigi Buffon

«Ho ritrovato la felicità e la gioia di vivere fuori dal campo e così sono tornato a dare il meglio anche in partita. Non era una vera depressione, ma conosco la storia di Buffon, so che quel rischio esiste». Parola di Mattia De Sciglio, promessa del Milan e della Nazionale. Che proprio poco prima dell’inizio dell’Europeo ha parlato a viso aperto dei problemi che ha dovuto affrontare. Anche grazie a Gianluigi Buffon, che è stato fra i primi calciatori a rompere il tabù e a rivelare ai tifosi la sua depressione, iniziata nel 2003. Una prova di come parlare di disturbi mentali possa spingere anche altri a chiedere aiuto.

Gianluigi Buffon, capitano della Nazionale.

Gianluigi Buffon, capitano della Nazionale.

«Non ho mai capito perché proprio allora, perché non prima, perché non dopo» ha detto Buffon in un’intervista a La Stampa.  «Non ero soddisfatto della mia vita e del calcio, cioè del mio lavoro. Mi tremavano le gambe all’improvviso». Per superare la malattia, il campione ha dovuto accettare di chiedere aiuto: «Pensavo che gli psicologi fossero figure che rubassero, tra virgolette ovviamente, soldi agli insicuri. Invece sono persone che servono, perché se ne trovi uno bravo e capace, trovi una figura con la quale non hai paura a confrontarti. Parli di tutto, ti apri, senza il minimo timore: e farlo non è mai facile». Una confessione che il portiere ha sentito di dover fare pur sapendo che avrebbe potuto marchiarlo a vita. «Finisce che, a volte, diventi schiavo della tua figura, di quello che sei. Se Buffon dice: “Vado due mesi via, a curarmi la depressione”, è finita. Dopo, ogni volta che sbagli, una parata per esempio, ci sarà sempre il richiamo di questa cosa. Allora non ti puoi permettere di andare via tre mesi per curarti».

Alcol, droghe e pensieri suicidi: i campioni rimasti vittime della depressione

Buffon non è stato il solo a parlare delle sue difficoltà. Anche se spesso le confessioni sono arrivata solo dopo il ritiro. Come nel caso di Roberto Pruzzo, ex campione della Roma degli anni Ottanta, che nell’autobiografia Bomber ha parlato dei suoi pensieri suicidi: «Ogni tanto penso che sia giunto il momento di togliermi dai co…, un po’ perché sono stanco, un po’ perché ho voglia di non rompere più le palle a nessuno. Ma poi accadono quelle cose che ti fanno pensare che è più forte lo spirito di sopravvivenza».

Ed è difficile dimenticare la parabola discendete di  Adriano, detto L’Imperatore nei giorni di gloria all’Inter, la cui carriera è stata stroncata dall’alcolismo provocato dalla morte del padre. «Ho cominciato a bere, ero solo felice di bere. C’erano feste ogni sera. E bevevo tutto quello che avevo davanti: vino, whisky, vodka, birra … un sacco di birra. La situazione è andata fuori controllo. Potevo solo dormire e bere. Mi svegliavo e non avevo idea di dove mi trovavo». Un percorso simile a quello di Andy Van Der Meyde («Non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Mi trovai dipendente. Le pillole erano decisamente pesanti, di quelle da prendere con la prescrizione del medico. Quindi le rubavo dall’ufficio del medico del club senza farmi vedere. Per più di due anni»), Matias Almeyda («All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e mi ha prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici») e Andreas Iniesta («Ho avuto una serie di problemi personali, oltre ad alcuni di natura fisica: soffrivo di una leggera depressione, mi sentivo fragile»).

Adriano ai tempi dell'Inter.

Adriano ai tempi dell’Inter.

Ma i casi che hanno colpito di più i tifosi, e non solo, sono stati quelli dell’allenatore del Galles Gary Speed e del portiere della Nazionale tedesca Robert Enke, entrambi morti suicidi. Mentre è riuscito a salvarsi, dopo molte operazioni e mesi in ospedale, l’ex juventino Gianluca Pessotto, che nel 2006 si è buttato dal tetto della sede della sua squadra.

Disturbi mentali fra i professionisti: un allarme reale

Che il problema non sia da sottovalutare lo dimostra anche uno studio di FifPro, il più importante sindacato di settore, che ha realizzato uno studio fra i professionisti di Belgio, Cile, Finlandia, Francia, Giappone, Norvegia, Paraguay, Perù, Spagna, Svezia e Svizzera. In totale, hanno partecipato alla ricerca 826 giocatori, di cui 219 “in pensione”: circa uno su tre ha detto di aver sofferto di sintomi della depressione, disturbi del sonno o abuso di alcol.

Lo studio di FitPro: i numeri in dettaglio (www.corriere.it)

Lo studio di FitPro: i numeri in dettaglio (via www.corriere.it)

Un campanello di allarme che la Federazione inglese sta affrontando con un cambio di mentalità. Nel 2011, dopo la morte di Speed, ha distribuito un manuale illustrato di 36 pagine (realizzato in collaborazione con il disegnatore Paul Trevillion) per aiutare i calciatori a riconoscere i sintomi della depressione. E un anno dopo ha aperto un telefono amico gestito da psicologi ed ex calciatori per aiutare chi è alla ricerca di aiuto.

 

 

Sguardi. I senza voce nella mostra di Margherita Lazzati

Arianna, Margherita Lazzati

Arianna, Margherita Lazzati

Apre il 20 giugno a Milano, lungo via Dante, la mostra Sguardi della fotografa Margherita Lazzati, che attraverso l’obiettivo racconta la vita e la storia degli ospiti della Fondazione Sacra Famiglia, persone affette da disabilità o da malattie psichiche. Il progetto segue altri che l’autrice ha dedicato sempre agli invisibili: dalla serie sul carcere di Opera a quella sui senza tetto.

La parola al critico

Ernesto, Margherita Lazzati

Ernesto, Margherita Lazzati

“Sembra forzato dire che è con lo stesso spirito che l’autrice varca la soglia di una città sconosciuta ai più, così come aveva varcato la soglia del carcere di Opera, così come era andata oltre quel muro invisibile che separava a Milano una popolazione nascosta nelle stazioni, nei sottopassaggi, ai margini delle strade e degli sguardi” spiega Adriano Mei Gentilucci, fondatore della galleria d’arte L’Affiche. “Così nasce un’infinita serie di ritratti scattati alla Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone”. “Quante storie di vita dietro quei volti. Mi sono permesso di formulare perfino congetture estreme per indicare quanto poco o niente sappiamo di loro, visibilissimi e non visti: questo vuol dire invisibili. Tuttavia, quante richieste inevase in quegli sguardi. Da loro, distogliamo il nostro e, magari, non per cattiveria, ma forse perché ci sentiamo inadeguati a risolvere il problema. Non è certo un percorso fotografico che può risolvere questi problemi, ma li mette sotto gli occhi – e la Lazzati lo fa in modo semplice e pulito –; ed ha questo di singolare: tramite il medium della bellezza ci obbliga a guardare quel che abitualmente ci sfugge”.

L’autrice

Mario, Margherita Lazzati

Mario, Margherita Lazzati

Nata a Milano nel 1953, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2008 ha iniziato a raccogliere il proprio lavoro suddividendolo per tematiche, presentate poi in mostre e successive pubblicazioni. Negli ultimi anni si è specializzata nel racconto delle marginalità e delle storie dei senza voce.

 

 

 

Depressione: malattia, non debolezza

La depressione colpisce circa il 10 per cento degli americani, ed è considerata considerata la malattia invalidante più diffusa al mondo. Non un capriccio, una mancanza di forza d’animo, ma una vera malattia che ha conseguenze sulla forma del nostro cervello e sui neurotrasmettitori. La soluzione è opporsi al senso di impotenza e vergogna, parlare con amici e familiari e chiedere aiuto agli specialisti. Come spiega il video della dottoressa Helen M. Farrell per Ted-Ed.

Un viaggio nel labirinto della mente

La recensione de L’intelligenza è un disturbo mentale fatta da Donatella Coda Zabetta per il suo blog

Ho letto la scorsa settimana l’ultimo libro di Paolo Bianchi L’intelligenza è un disturbo mentale edito da Cairo. Ho divorato il libro, ma sono stati necessari alcuni giorni a interiorizzarlo.

Il protagonista, Emilio Rivolta, è affetto da un disturbo dell’umore, è un bipolare di tipo due ed il volume si dispiega seguendone gli stati d’animo, le cure, i tentativi di guarigione falliti, i crolli e le risalite, le terapie e le sedute nei gruppi di autoaiuto. Parallelamente esso descrive l’impatto che questo ottovolante emozionale ha sulla realtà di Emilio, uomo e giornalista. I bisogni fisiologici e gli impegni della quotidianità si ergono come montagne invalicabili a determinare un collasso sempre più profondo nel buio labirinto dei pensieri e delle ossessioni. La solitudine è vissuta come una morsa stritolatrice per la mancanza di amicizie e di amore.
Il buio dell’anima è tangibile e inquietante nella lettura del libro: ti travolge e ti trascina in vicoli ciechi senza speranza. Il dolore è atroce e la mente dirige il gioco creando barriere inespugnabili di cui il protagonista è inconsapevole. Non c’è spazio per il cuore, per la luce: tutto è dannatamente oscuro. L’ombra vela il visibile e offusca ogni possibilità di distacco e di oggettività.

Escher

Escher

Nel testo, mi hanno colpito due cose in particolare.
La prima è la continua ricerca di terapie a sedare i sintomi di un disagio più profondo e l’incrollabile resa nell’adattarsi alle ricette del momento.
La seconda è la scelta del protagonista di accennare all’origine del disturbo in modo marginale e senza approfondirlo, non offrendo al lettore la possibilità di addentrarsi in quest’ombra labirintica con un filo di Arianna a riportarlo fuori. Emilio, scrittore, insiste sul fatto che la scrittura non sia terapeutica: in questa superficialità d’approccio credo risieda la motivazione.
Quando si è nel dolore, a tutto si pensa meno che a calarsi ulteriormente negli oscuri meandri dell’anima: rifuggendo questa possibilità, ci si condanna ad una gestione del sintomo a vita.
Interessante la figura di un ragazzo del gruppo di autoaiuto di cui Emilio fa parte: viene tratteggiata la sua particolarità a rifiutare le terapie mediche in quanto considerate inefficaci, ma allo stesso tempo viene illuminata la sua voglia di non arrendersi e il suo coraggio di fronte al problema.
Devo ammettere che mi ha trascinato nella sua lotta, donando al volume quella fiducia e quella speranza che tante pagine avevano sepolto.

Ritengo sia un libro importante perchè parla di depressione, di bipolarismo, di anoressia in modo diretto avvicinando il lettore alla drammaticità dei disturbi psichici.
Il collasso di una mente prevaricante, libera al punto da rendere l’uomo schiavo dei suoi pensieri, è un dolore difficilmente comprensibile da chi non l’ha provato o non ha avuto occasione di stare al fianco di qualcuno che ne soffrisse.

L’intelligenza è un disturbo mentale letto con gli occhi di Silvia Tebaldi

Di Silvia Tebaldi

In copertina de L‘Intelligenza è un disturbo mentale c’è scritto “romanzo” e io ho l’ho letto come tale. Si è parlato di elementi autobiografici e mi pare che molti, tra quanti ne hanno già parlato, abbiano posto l’accento su questo aspetto. Io però ti parlo della mia lettura di un manufatto in quanto storia di Emilio Rivolta, una persona finta.

Anzitutto. Una storia che è in parte in prima e in parte in terza, e talvolta in soggettiva anche quando è in terza, e parte al presente e parte al passato. I passaggi da terza a prima e viceversa, da presente a passato e ritorno, sono quasi impercettibili perché la storia li assorbe e segui la storia e vai avanti, e nessun problema. Ma in realtà quei passaggi sono un bianco e un vuoto che mi riempiono di meraviglia – vuoti pieni di forza, alcuni come doline carsiche. Questo anzitutto volevo dirti.

E a pagina nove c’è un io in tondo e un io in corsivo, ma in mezzo c’è un tu che mi è sembrato da subito un nodo, una dichiarazione di poetica: questa storia, lettore, ti riguarda. Poi il tu ritorna ancora dentro la storia, quando serve e soprattutto dove è scritto: “Le cose non succedono mai quando te le aspetti”. Neanche come te le aspetti, e tra parentesi, quando scrivevo l’ho usato anch’io un tu simile a questo, e lo ricordo come un esercizio di vertigine.

E le descrizioni dei luoghi, soprattutto esterni e dei tempi – ore del giorno e della notte, che son descritte come se fossero luoghi – quelle sono bellissime per me. Mi fan pensare che qualcosa si è rotto nell’animale uomo, in quanto non più animale che fa conto sui luoghi, sulle piante, sull’aria e sull’acqua come un riferimento primario e rifugio (e le cose animalesche, in effetti, il protagonista dice che non si sente più di farle…). Mi fan pensare a quelle brevi meditazioni sul tempo, sull’aria, sui colori del mondo fuori, che si fanno senza quasi accorgersene nei tempi duri. Poi le descrizioni degli stati interiori di Emilio, quelle in soggettiva, sono quasi sempre altrettanto belle, e inquietanti come devono essere, e di una natura del tutto diversa da quelle del mondo fuori (pagina 67, tra tutte: la morte, in minuscolo, contro la Tenaglia, in maiuscolo). Il loro contrasto con le descrizioni di luoghi e tempi è forte per me almeno quanto quello tra le descrizioni dell’io di Emilio, quelle in soggettiva, di Emilio che sa tutto di sé tranne qualcosa di piccolo e importante, che ancora non so, e quelle dell’io degli altri personaggi, di cui il narratore ha grande rispetto – mai letture del pensiero abusive, mai indiretti liberi che sbordano, molti sembra – in un uno strano impasto di ferocia e pietas.

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Quando ero giovane avevo letto in un libercolo di Mario Vargas Llosa una specie di teoria del cratere, di cui ricordo poco e poi quel libro aveva qualcosa di repellente di cui ora non ho voglia di ricordarmi e comunque, crateri erano punti di grande densità, abissi di significato nei testi narrativi, o di particolare forza stilistica, una cosa così e nei libri buoni io i crateri li cerco eccome.

E qui ne ho trovati a pagina 122-123 dove c’è la ripetizione di “C’è un uomo, c’è una ragazza, c’è un uomo, c’è una donna”, che in un primo momento mi ha fatto venire in mente Howl e che poi precipita nel blu notte, nel cappotto di Enrica, out of the blue (il nero con il blu notte, uno degli accostamenti più difficili, più belli, chissà se il più antico difficile del mondo, per gli insonni. Buio, buio, buio). E a proposito del quaderno e del buio pagina 98 nel punto in cui la tavola, il mio pacchetto di tabacco, la scrittura del quaderno che è cambiata, cambiata molto rispetto al suo inizio nell’incipit del capitolo 2, la scrittura corsiva cambiata completamente nel voler dire la misura del cambiamento si inabissa nel bianco dopo la parola Cura.

E a pag. 104, dove i nomi delle persone che muoiono restano sulla carta, tra parentesi quadre. E Ivo che racconta del fratello, un altro abisso.

E poi c’è pagina 144: “Tutti gli anni che ci avevano divisi si sono compressi, in pochi giorni, nel tempo attuale della nostra malattia“. Ecco, qui ho pensato: questo più che un cratere è un Aleph. Un punto in cui c’è tutto, concentrato, compresso, una piccola sfera traslucida dal fulgore eccetera.

Poi sono andata avanti nella lettura fino alla beata resa, all’ultima riunione prima dell’estate. Come una specie di matinée dei Guermantes dei picchiatelli, di noi segnati, in cui come sta Max, come sta Marika, come sta Matteo, si intreccia ai principi ispiratori come una specie di Shemone esre laica, di diciannove benedizioni non so come,  con un noi che prima non c’era ma ora c’è ed è il corpo di quest’ultimo capitolo, guardiamo, riconosciamo, vogliamo, traiamo forza, non giudichiamo, ci perdoniamo, respingiamo, accettiamo, aspettiamo. E poi camminiamo, non parliamo, fuori dal corsivo e fuori all’esterno, nel mondo, un noi transitorio ma forte.

E ancora qui mi sono chiesta come mai mi pare che Emilio sappia tutto di sé ma non qualcosa che invece dovrà pur sapere affinché il romanzo finisca, sia pure con un finale aperto, e ho pensato ma sarà mica davvero quella piccola sfera traslucida, di quasi intollerabile fulgore…  Ed eccolo. Un chiarore fulgido, giallo. Prima del finale che sarà anche un finale aperto, ma è fatto di due endecasillabi di seguito che è pur sempre un segnale, ecco cosa mi è venuto in mente, un acquario, una donna ipnotizzata dai pesci, Axolotl di Julio Cortazar (“Hubo un tiempo en que yo pensaba mucho en los axolotl. Iba a verlos al acuario del Jardín des Plantes y me quedaba horas mirándolos, observando su inmovilidad, sus oscuros movimientos. Ahora soy un axolot”.) Che è una forma speciale di Aleph, almeno per me niente affatto legata all’orrore, che invece i lettori dell’Axolotl spesso sottolineano, ma piuttosto al destino dello scrittore, dentro e fuori dal suo personaggio, e ho pensato mamma mia che finale, e sono andata a rivedere se la stanza degli Aghi era, a suo modo, un acquario e che bella storia, grazie.

‘L’intelligenza è un disturbo mentale’ di Paolo Bianchi è onesta che diventa coraggio

La recensione di Veronica Tomassini per Il Fatto Quotidiano

Leggo il romanzo di Paolo Bianchi, L’intelligenza è un disturbo mentale, uscito in questi giorni per Cairo Editore, e non posso non ammirare la sua onestà. Questo tipo di onestà – esercitata dallo scrittore piemontese, giornalista di Libero, blogger – diventa coraggio, perché racconta la malattia psichica senza cedere alla lusinga di un accomodamento che sia conforme a una qualche specie di orgoglio. Non c’è un eroe nel suo romanzo, pure raccontando di sé. E già questa è un’operazione mimetica difficilissima da realizzarsi. Paolo Bianchi è bipolare, la sua è una confessione tout court: il romanzo divide in brevi capitoli i suoi misurati inferni, i ricoveri, la devastazione delle terapie, i dosaggi, le sale d’attesa, i luminari. La sua non guarigione. L’assoluta solitudine. Mi colpisce profondamente la sua assoluta solitudine. Così smonteremo tutte le banalità del caso quando si racconta di quell’universo parallelo dove rovineranno sensibilità sopra le righe.

Quando Bianchi parla della malattia lo fa in prima persona, realizza subito che “il male di vivere alla fine è solo una maledetta forma di intelligenza”. La consapevolezza dolorosa di esistere non è una faccenda sentimentale. E’ un esperimento tragico. Mentre Paolo Bianchi racconta il tempo stranissimo e dilatato delle sue giornate, delle sue lunghissime notti o gli incontri con il gruppo di terapia, ogni dettaglio ci suggerisce il giudizio impietoso dello scrittore, non sugli altri, infelici come lui, ma sull’infelicità, non sugli effetti del male, ma sul male e sul metodo utilizzato per ripararvi al limite. Una domanda disturba su tutte, durante la lettura e fino alla fine: cos’è la follia? Quindi seguono tutte le altre: c’è differenza con la depressione? E con tutte le infinite postille del male? Da dove arrivano? Quali assenze le ingenerano? La follia. E’ un concetto a cui abbiamo dato un valore e un’esistenza persino convenzionale? Non esiste. Esiste. Cos’è? Paolo Bianchi ha scritto un libro coraggioso, è un esercizio di umiltà.

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L’urlo di Munch

Non ha rinunciato al piacere della parola che diventa narrazione; Bianchi racconta la sua vita, riassume la sua adolescenza nei dettagli che saranno soltanto una funzione per riconoscere il male che lo avvince, che deve recuperare nelle regioni oscure della sua psiche, risalire la corrente fino all’origine del trauma, gli spiega uno dei tanti luminari interrogato con il terrore dell’ultima ratio sempre. L’origine è sconosciuta, luogo non identificato. L’intelligenza è un disturbo mentale non è biografismo, rimane letteratura, malgrado parli del suo dolore, un dolore perenne che la medicina ha chiamato bipolarismo (o bipolarità). Rimango dell’idea che chi scrive abbia questa responsabilità e non possa sfuggirne in alcuna maniera: tradurre il dolore del mondo, che piaccia o meno, indossarlo all’incirca, un calco, uno stigma. Paolo Bianchi è stato coraggioso, non so se riuscirò mai a raccontare le mie paranoie, le mie vere paranoie, con la stessa temerarietà, così senza pelle. Lui ovviamente ha fatto molto molto di più.